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Il sì che non basta

L'altra domenica: dal vangelo alla piazza

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Nella parabola dei due figli, nel vangelo di oggi, c’è un aspetto importante che, detto francamente, ribalta ogni aspettativa di giudizio morale. Ed è proprio per questo che il Signore la racconta ai capi dei sacerdoti e agli anziani, cioè proprio a chi il giudizio morale lo amministra di mestiere.
Un padre chiede a entrambi i figli di andare a lavorare nella vigna. Il primo risponde “non ne ho voglia”, un rifiuto secco, quasi insolente. Ma poi ci ripensa, e ci va. Il secondo risponde “sì, signore”, ed è la risposta che ogni padre vorrebbe sentirsi dare, piena di rispetto e di intenzione. Ma poi il secondo figlio non si muove. Dunque, alla domanda su chi dei due abbia compiuto la volontà del padre, la risposta è scontata e, infatti, la danno gli stessi interlocutori di Gesù senza esitare: il primo. Quindi, non chi ha detto la cosa giusta ma chi ha fatto la cosa giusta.
È importante fermarsi un istante su questo, perché la parabola non vuole condannare l’errore iniziale, non punisce il ripensamento, non giudica male chi cambia idea. Il primo figlio ha sbagliato nel momento in cui ha risposto, e questo non gli viene rinfacciato perché quello che conta, alla fine della giornata, è che nella vigna ci sia effettivamente andato. È una distinzione che è necessario adattarla anche fuori dal testo sacro. Che significa? Significa che non è un peccato dire di no e poi correggersi, non è una colpa ammettere un errore di valutazione e rimediare. Il vero problema, quello che la parabola punisce senza appello, è tutt’altro. È dire di sì, con tutta la solennità che il momento richiede, e poi restare fermi. È l’immobilismo travestito da promessa, non la promessa che viene onestamente rivista.
Da questa esegesi del brano di Matteo, viene fuori un ritratto di ogni campagna elettorale che la storia ricordi. Non c’è nulla di scandaloso, in sé, nell’eccesso di buoni propositi che accompagna una candidatura, è la natura stessa del momento. Chi si presenta agli elettori si presenta nella versione migliore di sé, con l’elenco più ampio delle cose che farà, con la promessa più ampia di ascolto, di cambiamento, di attenzione verso ciò che prima non ha funzionato. È così che funziona il patto tra chi chiede fiducia e chi la concede, si vota per la parola data, perché i fatti, all’atto del voto, non esistono ancora. Il problema comincia dopo, quando quella parola si allontana dai fatti che avrebbero dovuto seguirla, e diventa invece un capitale già speso, da non richiamare più in causa.
Ed è qui che entra in scena il terzo protagonista della parabola, quello che il testo dell’evangelista non nomina mai direttamente ma che nella scena c’è comunque, silenzioso: il padre. Il padre che ha fatto la richiesta, e che alla fine della giornata sa perfettamente chi è andato nella vigna e chi no. Una città è esattamente questo testimone. Non interviene nel momento in cui la promessa viene fatta, perché in quel momento non può ancora saperne l’esito. Ma resta, guarda, e nel tempo lungo dell’amministrazione (che non è il tempo breve della polemica quotidiana, né quello ancora più breve dell’entusiasmo elettorale) costruisce un giudizio che nessun comunicato stampa può anticipare né correggere. È un giudizio silenzioso perché non ha fretta, aspetta i fatti come dovrebbe fare chiunque prima di giudicare. Solo che i fatti, quando tardano troppo, parlano da soli.
Ora, non è un atto d’accusa verso nessuno in particolare, e non vuole esserlo. Sarebbe disonesto puntare il dito su promesse che hanno ancora tutto il tempo per essere mantenute, e ancora di più lo sarebbe farlo restando nel campo del generico piuttosto che dei fatti verificati. È, semmai, un monito da rileggere più avanti, quando i tempi della verifica saranno maturi. Perché non conta chi ha saputo dire le parole giuste al momento giusto. Conta chi, alla fine, è davvero andato nella città a risolvere concretamente i problemi.

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