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Il PD trova Mastropasqua ma perde la coerenza

In poche parole: ha deciso da che parte stare ma ha mostrato di non sapere più bene chi essere

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L’8 aprile, ieri, il Partito Democratico di Molfetta ha finalmente sciolto la riserva: alle prossime elezioni amministrative sosterrà Pietro Mastropasqua. Una decisione che arriva dopo settimane di incertezze, trattative e silenzi, e che ora viene presentata come una scelta “responsabile e coerente” per costruire un progetto capace di parlare all’intera città e offrire un’alternativa seria e credibile all’attuale quadro politico.
Ed è proprio questa motivazione a contenere il punto più fragile, e forse più paradossale, dell’intera operazione. Perché viene da chiedersi se davvero si possa parlare di “alternativa” quando si decide di cercare un’intesa con pezzi di quel mondo politico che, direttamente o indirettamente, ha contribuito a costruire proprio il quadro che oggi si dice di voler superare. Se l’attuale situazione cittadina viene descritta come insufficiente, confusa o fallimentare, allora sarebbe legittimo aspettarsi una scelta di netta discontinuità. Invece il PD molfettese sembra aver imboccato una strada diversa, quella della convenienza tattica camuffata da responsabilità politica.
La vera questione, quindi, non è soltanto la convergenza su Mastropasqua, ma il significato politico di questa scelta. Il Partito Democratico prova a raccontarla come un gesto di maturità istituzionale, quasi come se l’adesione a un progetto più ampio fosse il naturale approdo di una forza chiamata a tenere insieme la città. Ma la politica non si misura soltanto sulla capacità di stare dentro un contenitore largo. Si misura, soprattutto, sulla coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa. E qui la distanza appare evidente.
Se per mesi si richiama la necessità di ricostruire un centrosinistra riconoscibile, se si invoca chiarezza, identità, visione, e poi si finisce per sostenere una soluzione che appare più frutto di equilibrio tra gruppi che di un autentico percorso politico, allora il problema non è l’avversario. Il problema è il PD stesso. Un partito che continua a oscillare, a cambiare schema, a ridefinire i propri confini a seconda delle circostanze, finisce inevitabilmente per smarrire la propria funzione. E quando un partito smarrisce la propria funzione, perde anche la propria credibilità.
In questo scenario l’unica voce interna che ha scelto di marcare una distanza netta è stata quella di Coraggio Democratico, che non ha condiviso la decisione e, in coerenza con un’impostazione più vicina all’asse politico nazionale, ha deciso di sostenere Manuel Minervini. Una posizione che, al di là del peso numerico, assume un valore politico preciso, ossia dimostra che nel PD molfettese esiste ancora chi ritiene che la coerenza non sia un dettaglio sacrificabile, ma il punto da cui partire. E in effetti, paradossalmente, la minoranza interna sembra aver espresso in questa fase una linearità politica che la maggioranza del partito non è riuscita a mostrare.
Adesso si apre un altro fronte, tutt’altro che secondario. Come reagiranno i vertici del Partito Democratico di fronte a una scelta così anomala e politicamente disallineata? È una domanda che pesa perché il caso Molfetta rischia di diventare qualcosa di più di una semplice vicenda locale. Quando un circolo territoriale assume una posizione che appare in tensione con la linea generale del partito, il rischio di uno strappo diventa concreto. E non è affatto assurdo ipotizzare che, se questa frattura dovesse aggravarsi, qualcuno possa persino prendere in considerazione un commissariamento del partito cittadino. O quantomeno un intervento politico forte, volto a ristabilire una linea più chiara e meno contraddittoria.
In fondo, ciò che colpisce di più in questa vicenda è l’incoerenza del PD molfettese. Un’incoerenza che non nasce oggi, ma che oggi trova una rappresentazione quasi plastica. Da un lato si rivendica il bisogno di offrire un’alternativa seria e dall’altro si compie una scelta che rende quella pretesa assai poco credibile. Oltretutto, si parla prima di responsabilità ma poi si imbocca una strada che rischia di allargare le divisioni interne e di confondere ulteriormente l’elettorato.
Il punto, allora, è semplice. Un partito può anche scegliere alleanze discutibili, ma non può pretendere di raccontarle come se fossero il contrario di ciò che appaiono. Perché gli elettori possono accettare una scelta difficile, perfino impopolare, ma difficilmente perdonano l’ambiguità. E il PD di Molfetta, in questa fase, sembra averne fatta la propria cifra politica.
L’8 aprile doveva essere il giorno della chiarezza ma rischia, invece, di restare come il giorno in cui il Partito Democratico molfettese ha sì deciso da che parte stare, ma ha mostrato ancora una volta di non sapere più bene chi essere.

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