Il paradosso dei sogni

E così anche un altro anno volge alla fine. Siamo sempre puntuali a chiudere i conti con quello che termina, come lo siamo anche nell’augurarci uno diverso, migliore e più bello. Ma poi i buoni auspici e le speranze non durano che poche settimane, il tempo di lasciarci alle spalle gli entusiasmi dei festeggiamenti, dei regali e dei cenoni. Diciamocelo francamente, è una vita che aspettiamo l’anno della svolta e del cambiamento su tutti i fronti, da quello personale a quello comunitario. Ma poi, a parte l’aspetto emozionale, cosa facciamo di concreto per contribuire a rendere migliori i giorni e i mesi nuovi? Come ci impegniamo a risolvere i problemi collettivi della povera gente? E in che modo affrontiamo le questioni e le problematiche irrisolte della città? Qual è il nostro sostegno nell’arginare i tanti problemi sociali che attanagliano i giovani disoccupati, le donne vittime di violenza e gli anziani soli ed emarginati? Questa è la nostra convinzione: tutto ciò che ruota attorno al Natale e al Capodanno, e non solo, è soltanto un pretesto per rafforzare i nostri egoismi. Egoismi che abilmente riusciamo a diluire alle apparenti buone volontà, per renderli meno sfacciatamente visibili.
A dare manforte a questo nostro pensiero, ci viene incontro ancora una volta un’espressione del Venerabile don Tonino Bello: «Oggi il mondo va male non perché ci sono molti sognatori ma perché ce ne sono molto pochi». Aveva ragione il Vescovo, perché oggi questo nostro mondo, questa nostra nazione e questa nostra città hanno bisogno di sognatori. Qui non subentra più il discorso della speranza – un po’ sfiduciata come dicevamo il mese scorso – ma quello del sogno, dei sogni. Avere speranza in un cambiamento significa, inconsciamente, munirsi di deleghe, vuol dire affidarsi alla casualità di terzi. Sognare un cambiamento, invece, significa essere protagonista del cambiamento, perché i sogni o li fai e ti coinvolgono in prima persona o non sono sogni. E i sogni, presto o tardi, almeno in parte riescono a realizzarsi. Proviamo a sognare, allora, un mondo senza guerra e senza armi. Un mondo senza muri e confini. Un mondo dove le persone non muoiono più di fame. Un mondo senza malattie. Proviamo a sognare una nazione senza debito pubblico. Una nazione con parlamentari preparati, onesti e senza conflitti d’interessi. Una nazione senza mafie. Una nazione che combatte ogni forma di discriminazione. E proviamo anche a sognare una città più bella e sicura. Una città con il porto commerciale portato a termine. Una città tenuta pulita dai cittadini. Una città che torni ai fasti del suo passato.
Può sembrare facile sognare, ma non lo è, ci vuole coraggio. Lo dice ancora una volta don Tonino Bello: «Il senso ultimo e profondo dell’Avvento sta proprio qui, Dio ti dà quello che non hai: il coraggio di sognare». Si potrebbe anche discutere sull’essenza o l’esistenza del donatore di questo coraggio, ma non si potrà mai negare l’esigenza di averne bisogno.
Nelle pagine a seguire, nell’intervista al Sindaco, abbiamo chiesto a Tommaso Minervini un messaggio di augurio alla città, anzi, un augurio di speranza: «La speranza, come diceva don Tonino, si organizza, si costruisce, non s’invoca. Noi stiamo costruendo le infrastrutture. Le famiglie, le scuole, i partiti, tutti quanti costruiscano la speranza nell’elevazione dei comportamenti, perché quello che stiamo vedendo oggi nel nostro paese è questa abnormità di violenza che risuona come relazioni malate. (…) L’augurio che faccio a questa città è che recuperi il senso di saggezza, di equilibrio e di sentirsi comunità, perché la coesione di una comunità è importante».
Saggezza, equilibrio e coesione: non speriamole, sogniamole. Ci vuole più coraggio. Chissà…

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