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Il “Paolo Padre” sott’acqua: la strana storia del peschereccio confiscato

Per ora è tornato a galleggiare, ma la storia del suo affondamento è ancora tutta da approfondire

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Poco prima delle 17 di ieri, 14 agosto 2026, alla banchina San Domenico il Paolo Padre ha cominciato a imbarcare acqua. Nessuno era a bordo. Poi l’allarme, la Guardia Costiera, le unità navali, le gru e le operazioni per rimettere in sicurezza la motobarca, che rischiava di adagiarsi sul fondo. Le cause, per ora, restano da chiarire. Fino a questo punto sarebbe una normale notizia di cronaca, se non fosse per la storia che porta con sé quella barca.
Il Paolo Padre, matricola ML 1140, precedentemente denominato Elisabetta Madre 1, è infatti uno dei beni finiti nella confisca patrimoniale disposta nei confronti di Giuseppe Manganelli, il cui patrimonio è stato ricondotto dai giudici alla sua storia criminale e a un accumulo di ricchezze ritenute di provenienza illecita. Nel 2024 la Corte d’Appello di Bari aveva confermato la confisca e il 2 luglio 2025 la Cassazione ha rigettato i ricorsi, rendendo definitivo il provvedimento. Tra i beni confiscati c’era anche la motobarca.
Il Paolo Padre è dunque arrivato al porto di Molfetta con una storia particolare alle spalle: prima un bene inserito in un patrimonio sottoposto a sequestro, poi confiscato e, infine, definitivamente sottratto al precedente circuito patrimoniale. E adesso, a distanza di un anno dalla definitiva esecuzione della confisca, lo ritroviamo mezzo sommerso alla banchina San Domenico.
Un peschereccio può imbarcare acqua anche mentre è tranquillamente ormeggiato. Può cedere una presa a mare, una valvola o una tubazione. Può guastarsi una pompa di sentina. Può verificarsi un’infiltrazione che, inizialmente modesta, diventa progressivamente incontrollabile. È probabilmente da qui che dovranno partire gli accertamenti: da dove è entrata l’acqua, quando è cominciato l’allagamento e perché non è stato possibile evitarlo. Domande tecniche, apparentemente banali, ma decisive. Perché la vera particolarità della vicenda non è tanto che una barca sia affondata. È che quella barca era diventata un bene dello Stato, dopo essere stata sottratta a un patrimonio che la magistratura ha ritenuto di provenienza illecita.
E allora c’è un’altra domanda, forse ancora più interessante: chi aveva concretamente in custodia il Paolo Padre? Chi doveva controllarlo? Chi doveva verificarne le condizioni? Quando era stato effettuato l’ultimo controllo? Non significa, naturalmente, che debba esserci per forza una responsabilità. Un guasto improvviso può accadere e non sempre è prevedibile o prevenibile. Ma se dagli accertamenti emergesse un problema già conosciuto, una manutenzione omessa o un controllo mai effettuato, allora la storia cambierebbe. E cambierebbe anche l’interrogativo sulla gestione dei beni confiscati.
Il fatto che tutto sia avvenuto in pieno giorno, in una banchina frequentata e sotto gli occhi di numerose persone, può certamente alimentare qualche dubbio. Ma potrebbe esserci anche una conclusione semplicissima: un guasto improvviso, senza colpe e senza misteri. Per ora il Paolo Padre è tornato a galleggiare. La storia del suo affondamento, invece, è ancora tutta da approfondire.

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