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Il nuovo porto commerciale, da opera incompiuta a nuova risorsa

È il paradosso delle grandi opere incompiute: più tempo passa, più la loro conclusione diventa economicamente e strategicamente fragile

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Nel piano da oltre 728 milioni di euro dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Meridionale, presentato nei giorni scorsi, scorrono progetti, cantieri e visioni che riguardano il porto di Bari, Brindisi, Manfredonia, Barletta e Termoli. Interventi per la sostenibilità energetica, nuovi attracchi, dragaggi, terminal e infrastrutture logistiche. Una strategia chiara: rafforzare i nodi che già funzionano, renderli più competitivi, inserirli stabilmente nelle reti del Mediterraneo. In questo quadro organico e coerente, c’è un’assenza che colpisce più dei numeri, ed è il porto di Molfetta. Non una citazione, non un progetto, non una prospettiva. Non è una dimenticanza: è il segno che qualcosa, nel frattempo, si è definitivamente rotto.
Il nuovo porto di Molfetta, immaginato oltre vent’anni fa sotto la spinta politica dell’allora senatore Antonio Azzollini, nasceva in una stagione diversa. Più banchine, più traffici, più infrastrutture: era questa la grammatica della crescita. Ma il tempo, insieme alle inchieste giudiziarie, ai ritardi e alla complessa bonifica bellica ancora in corso, ha fatto molto di più che fermare un cantiere. Ha cambiato il contesto in cui quell’opera avrebbe dovuto vivere. Oggi la logistica non premia la moltiplicazione degli scali, ma la loro selezione; i finanziamenti pubblici, soprattutto europei, privilegiano progetti maturi, sostenibili e immediatamente cantierabili; le politiche portuali concentrano risorse dove esiste già una funzione riconoscibile e competitiva. È esattamente ciò che sta accadendo negli altri porti pugliesi, mentre Molfetta resta fuori da ogni circuito.
A questo punto, continuare a chiedersi quando e come completare l’opera rischia di essere una domanda sbagliata. Perché completarla significherebbe immettere sul mercato un’infrastruttura pensata per un mondo che non c’è più, destinata a competere con scali già consolidati e oggi ulteriormente potenziati. Il rischio non è solo quello di spendere ancora risorse ingenti, ma di farlo per realizzare un porto che potrebbe nascere già senza una funzione chiara, replicando su scala maggiore l’errore originario. È il paradosso delle grandi opere incompiute: più tempo passa, più la loro conclusione diventa economicamente e strategicamente fragile.
Eppure, proprio in questa condizione di stallo si apre uno scenario inatteso. Se il sistema portuale ha ormai preso un’altra direzione, e se è evidente che Molfetta non rientra più nella mappa delle priorità infrastrutturali, allora la vera questione non è salvare il progetto originario, ma salvare ciò che può ancora essere utile alla città. Le risorse residue, poche o molte che siano, potrebbero essere impiegate non per inseguire un’idea superata di porto commerciale, ma per riconvertire quell’area in una infrastruttura diversa: più leggera, più sostenibile, più integrata con il tessuto urbano ed economico locale. Un luogo capace di ospitare funzioni legate all’economia del mare, alla piccola cantieristica, alla ricerca ambientale, ma anche spazi pubblici, servizi turistici, nuove relazioni tra città e costa. Non una rinuncia, ma una trasformazione. Naturalmente, rimane come priorità assoluta la bonifica bellica.
La verità, forse scomoda, è che il porto di Molfetta non è stato fermato soltanto dalle vicende giudiziarie o dai problemi tecnici. È stato fermato da un cambiamento più profondo, che ha ridefinito cosa significa oggi investire in infrastrutture portuali. Il piano da 728 milioni lo dimostra con chiarezza: le risorse vanno dove esistono prospettive concrete di utilizzo e sviluppo. Molfetta, allo stato attuale, non è più tra queste. Continuare a ignorarlo sarebbe un errore, ma lo sarebbe altrettanto ostinarsi a riproporre il passato.
Il futuro, se c’è, passa da una scelta netta: accettare che la “grande opera” non sarà mai più quella immaginata e avere il coraggio di costruire, su quelle stesse fondamenta, qualcosa di diverso. Paradossalmente, è proprio rinunciando all’idea originaria che il porto di Molfetta può ancora smettere di essere un simbolo di incompiutezza e tornare a essere una risorsa.

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