Per troppo tempo, in questa città, una larga parte dei lettori è stata abituata a considerare l’informazione (soprattutto quella online) come una vetrina di notizie asettiche, un susseguirsi di fatti impacchettati, sterilizzati, resi innocui. Un consumo rapido, quasi consolatorio. Ossia leggere senza essere disturbati e conoscere senza essere chiamati a pensare. Anzi, peggio ancora, informarsi senza mai dover fare i conti con un giudizio. Ma questa comoda abitudine non coincide con il giornalismo. Semmai coincide con il suo contrario, con una forma addomesticata di comunicazione che racconta tutto e non incide su nulla.
Se una testata rinuncia al dovere dell’opinione, se si limita a registrare fatti come un verbale senz’anima, allora non sta facendo fino in fondo il proprio mestiere. Una testata, invece, ha il compito di approfondire, contestualizzare, ricordare. Ha il dovere di fare memoria, perché una comunità senza memoria è una comunità manipolabile. E ha anche il dovere di esprimere una linea, una lettura, un’opinione redazionale sulla vita cittadina. Chi pensa che questo sia uno sconfinamento, probabilmente non ha chiaro un punto essenziale: la vita cittadina passa inevitabilmente dalla politica cittadina. Non dalla politica come tifo, ma dalla politica come luogo in cui si decidono priorità, linguaggi, responsabilità, silenzi, convenienze, visioni. Fingere neutralità assoluta di fronte a tutto questo non è segno di equilibrio, spesso è soltanto il modo più elegante per non esporsi.
E allora veniamo al punto. In questi giorni c’è chi grida allo “scandalo” perché L’altra Molfetta esprime le proprie opinioni. C’è chi scambia una presa di posizione per uno sgarbo istituzionale, una linea editoriale per una scorrettezza, un giudizio per una colpa. Ma bisogna dirselo con chiarezza che un giornale non tradisce la propria funzione quando esprime un’opinione, la tradirebbe se smettesse di averne una. Perché? Perché non si può pretendere che una testata rinunci alla propria voce solo perché quella voce, talvolta, disturba qualcuno.
Il punto è che troppo spesso una parte del pubblico considera “equa” soltanto l’informazione che non contraddice il proprio orientamento. Finché il racconto accarezza il proprio candidato di riferimento, tutto bene. Si applaude, si condivide, si celebra il coraggio, la libertà, la schiettezza. Quando, invece, la medesima testata applica lo stesso criterio critico a quel medesimo personaggio o alla sua area, allora diventa improvvisamente faziosa, scorretta, sbilanciata, indegna. È un copione già visto, ed è un copione mediocre.
Quanto alla mia testata, vale la pena ricordarlo senza troppi giri di parole che gli stessi commentatori social che oggi si scandalizzano per un’informazione che, a loro dire, non sarebbe equa sul piano delle opinioni politiche, sono spesso gli stessi che ieri applaudivano quel candidato quando le sue prese di posizione coincidevano con le loro aspettative. Dunque, il problema non è mai stato davvero il principio. Il problema, per costoro, è l’oggetto del giudizio. Finché il giornale colpisce l’avversario, il giornale è libero e coraggioso. Quando, invece, tocca il proprio beniamino, allora il giornale diventa improvvisamente fazioso.
Ed è qui che la questione si fa persino semplice. Chi è davvero fazioso? Una testata che mantiene con coerenza la propria linea – critica, essenziale, severa, libera di dire ciò che ritiene vero sui fatti, indipendentemente da chi ne sia il destinatario – oppure il lettore che cambia metro di giudizio a seconda del candidato che in quel momento intende proteggere? Chi è più schierato? Il giornale che resta fedele alla propria postura editoriale, oppure il commentatore-segugio che insegue l’umore del proprio campione politico e pretende che anche l’informazione faccia altrettanto?
La verità è che un giornale locale serio non deve essere comodo, deve essere utile. E l’utilità di una testata non si misura dal grado di consenso che riesce a strappare sui social, ma dalla capacità di tenere viva una discussione pubblica adulta, persino scomoda, persino impopolare. Un giornale locale serve a osservare il potere, a smontare le retoriche, a riconoscere le contraddizioni, a salvare la città dall’amnesia e dal conformismo. Anche a costo di essere accusato da chi, in fondo, vorrebbe soltanto uno specchio compiacente.
No amici miei, il giornalismo non è il bilancino automatico delle frasi altrui. Il giornalismo sceglie, valuta, connette, interpreta. E se necessario prende posizione non per partito preso, ma per onestà intellettuale.
In una realtà locale questo dovere pesa ancora di più. Perché nelle città come la nostra tutti si conoscono, tutti si osservano, tutti temono di perdere una convenienza, un saluto, un accesso, una prossimità. E allora l’opinione indipendente diventa più rara, ma proprio per questo più necessaria. Dire ciò che si pensa davvero, senza adattarsi al vento, è forse una delle ultime forme di rispetto autentico verso i lettori. Un giornale può sbagliare, certo. Può essere contestato, criticato, persino smentito sui fatti quando i fatti lo richiedano. Ma non può essere processato perché esercita il diritto-dovere di avere una linea. Questo sì che sarebbe un impoverimento della vita pubblica e che trasformerebbe l’informazione locale in una palude di comunicati, mezze parole e prudenze interessate.
Perciò la questione finale, in fondo, è tutta qui: si vuole un giornale che dica qualcosa, o una piattaforma che non disturbi nessuno? Si vuole un’informazione che abbia il coraggio della memoria e della critica, oppure una cronaca utile solo a non incrinare i rapporti di cortesia? Se qualcuno confonde il giornalismo con il silenzio educato, ha sbagliato idea di giornale. E forse, più ancora, ha sbagliato idea di cittadinanza.
Noi continueremo a pensare che informare una città significhi anche contraddirla, quando serve. Significhi anche prendere posizione, quando i fatti lo impongono. Significhi non piegarsi all’applauso facile né al ricatto morale di chi invoca etica solo quando si sente toccato. Perché un giornale locale, se vuole essere vivo, non può limitarsi a raccontare Molfetta. Deve avere il coraggio di interrogarla, di ricordarle chi è e, qualche volta, perfino di dirle ciò che non ha voglia di sentirsi dire.
Questo, piaccia o no, non è scandalo. È giornalismo.



























