C’è una confusione sottile ma devastante che attraversa il dibattito pubblico contemporaneo: la tendenza a trasformare ogni atto giudiziario in una sentenza definitiva, ogni titolo in una verità assoluta, ogni correzione in un’assoluzione morale. È la superficialità elevata a sistema, amplificata da un’informazione frettolosa e da una politica che spesso cavalca gli equivoci invece di chiarirli.
La decisione della Corte di Cassazione sull’ex sindaco di Molfetta, Tommaso Minervini, ne è un esempio emblematico. L’annullamento dell’ordinanza di arresto emessa il 6 giugno scorso riguarda esclusivamente la fase cautelare. Punto.
Non è una dichiarazione di innocenza, non è una riabilitazione giudiziaria, non e’, soprattutto , una sentenza di assoluzione. Il procedimento penale prosegue e proseguirà nelle sedi e nei tempi previsti dalla legge.
Eppure, nel frastuono mediatico e nei commenti istantanei, questa distinzione fondamentale tende a svanire. L’assenza di misure cautelari viene letta come prova di estraneità ai fatti, come se il diritto penale fosse un campo binario: arresto uguale colpevolezza, libertà uguale innocenza. Nulla di più lontano dalla realtà giuridica.
La Cassazione ha fatto ciò che le compete: ha valutato se esistessero elementi concreti e attuali tali da giustificare una compressione anticipata della libertà personale. Ha ritenuto di no. Questo non significa che abbia giudicato il merito delle accuse, né che abbia smentito l’impianto investigativo nel suo complesso. Significa, più semplicemente che la custodia cautelare non era necessaria, ossia non c’era la possibilita’ di inquinamento delle prove, della reiterazione del reato ed il pericolo di fuga. Dice la Cassazione.
In questo cortocircuito informativo si annida un rischio doppio. Da un lato, si delegittima la giustizia, ridotta a un’arena emotiva in cui conta solo l’atto più eclatante. Dall’altro, si falsifica il dibattito politico: perché se è vero che le sentenze spettano ai giudici, è altrettanto vero che il giudizio politico segue logiche diverse, fondate sulla responsabilità, sull’opportunità, sulla fiducia. E quel giudizio, nel caso di Minervini, resta, legittimamente, critico.
Scambiare l’annullamento di un arresto per una assoluzione non è solo un errore tecnico: è un sintomo culturale. È la rinuncia alla complessità, alla distinzione dei piani, al tempo lungo della giustizia. È l’illusione che ogni vicenda possa essere archiviata con un titolo, dimenticando che la verità processuale si costruisce, non si intuisce.
Finché continueremo a confondere le garanzie con le assoluzioni e le cautele con le condanne, continueremo a fare un cattivo servizio sia alla giustizia sia alla democrazia.
E continueremo, soprattutto, a raccontare una realtà che non esiste.
La decisione della Corte di Cassazione sull’ex sindaco di Molfetta, Tommaso Minervini, ne è un esempio emblematico. L’annullamento dell’ordinanza di arresto emessa il 6 giugno scorso riguarda esclusivamente la fase cautelare. Punto.
Non è una dichiarazione di innocenza, non è una riabilitazione giudiziaria, non e’, soprattutto , una sentenza di assoluzione. Il procedimento penale prosegue e proseguirà nelle sedi e nei tempi previsti dalla legge.
Eppure, nel frastuono mediatico e nei commenti istantanei, questa distinzione fondamentale tende a svanire. L’assenza di misure cautelari viene letta come prova di estraneità ai fatti, come se il diritto penale fosse un campo binario: arresto uguale colpevolezza, libertà uguale innocenza. Nulla di più lontano dalla realtà giuridica.
La Cassazione ha fatto ciò che le compete: ha valutato se esistessero elementi concreti e attuali tali da giustificare una compressione anticipata della libertà personale. Ha ritenuto di no. Questo non significa che abbia giudicato il merito delle accuse, né che abbia smentito l’impianto investigativo nel suo complesso. Significa, più semplicemente che la custodia cautelare non era necessaria, ossia non c’era la possibilita’ di inquinamento delle prove, della reiterazione del reato ed il pericolo di fuga. Dice la Cassazione.
In questo cortocircuito informativo si annida un rischio doppio. Da un lato, si delegittima la giustizia, ridotta a un’arena emotiva in cui conta solo l’atto più eclatante. Dall’altro, si falsifica il dibattito politico: perché se è vero che le sentenze spettano ai giudici, è altrettanto vero che il giudizio politico segue logiche diverse, fondate sulla responsabilità, sull’opportunità, sulla fiducia. E quel giudizio, nel caso di Minervini, resta, legittimamente, critico.
Scambiare l’annullamento di un arresto per una assoluzione non è solo un errore tecnico: è un sintomo culturale. È la rinuncia alla complessità, alla distinzione dei piani, al tempo lungo della giustizia. È l’illusione che ogni vicenda possa essere archiviata con un titolo, dimenticando che la verità processuale si costruisce, non si intuisce.
Finché continueremo a confondere le garanzie con le assoluzioni e le cautele con le condanne, continueremo a fare un cattivo servizio sia alla giustizia sia alla democrazia.
E continueremo, soprattutto, a raccontare una realtà che non esiste.



























