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Ei fu

Questo scrivo affinché qualche mio ricordo possa essere utile

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Si addice, seppure in modo troppo diverso, questo incipit ai due Minervini. Hanno dominato la politica di Molfetta in questo ultimo trentennio, aperto da Guglielmo in modo solare e chiuso da Tommaso con una vergogna collettiva.
Incomincio da Guglielmo. Fu l’iniziatore del “percorso”. Chiamò me, Antonello De Tullio, Pinuccio Romano, Mimmo Favuzzi e noi adunammo altri e, sempre insieme, diventammo migliaia. Per cosa? Anzitutto per un accompagnamento reciproco e poi per crescere. Come accompagnamento si trattava di generare la partecipazione, camminare insieme per realizzare la democrazia. Come crescita c’era la risposta ai reali bisogni della gente, la costruzione della politica della città, non per la città. Sia il cammino che la crescita comportavano, quindi, qualcosa di veramente problematico. Gli schieramenti di partenza erano molto vari. Le energie sollecitate non venivano in primo luogo dall’impatto mediatico di Tangentopoli o dalla crisi del centrosinistra locale. Le forze scaturivano soprattutto da un sentire comune che tutti vivevamo in città alla scuola di don Tonino Bello, quella della liberazione, del rispetto dovuto a chiunque, della giustizia, delle periferie, della solidarietà, del volontariato, della salvaguardia del benessere personale, sociale, planetario. Insomma il problema era la crescita dell’umano comunitario, utilizzando i fattori migliori per realizzarla. E c’era da aver timore davvero. Io stesso non ebbi coraggio e non accettai di fare il vice sindaco. Guglielmo, collocato da tutti alla guida di una cittadinanza resa consapevole delle proprie esigenze, aveva alzato più in alto possibile le competenze richieste ai suoi assessori. La crescita era raggiungibile proprio per la loro maestria negli specifici contesti del governo comunale. Per questo la prima amministrazione di Guglielmo fu costituita da persone davvero competenti e autorevoli: Dino Borri (l’urbanista), Dante Altomare (imprenditore olivettiano), Maria Sasso (project leader di Tecnopolis), ecc. ecc.
Tra questi il meno competente era Tommaso, ma era ritenuto l’astro nascente del socialismo locale, frequentatore della casa Finocchiaro e per questo forse anche pronipote di Gaetano, il Salvemini storico. Peraltro, per governare occorreva allargare la platea, e Tommaso garantiva una prateria, così lui la chiamava. Il primo incontro tra i due Minervini avvenne proprio a casa mia. Purtroppo. Guglielmo ne uscì per nulla tranquillo. Ed aveva ragione, visti i tranelli e le unghiate sempre più distruttive del suo intelligente e rampante assessore. Serio e tristissimo è il quadro che ne ha dipinto Matteo d’Ingeo su L’altra Molfetta.
Siamo giunti così a Tommaso. Ogni analisi delle sue vicende deve fare i conti con la distruzione del progetto di città rappresentato da Guglielmo e dall’incidenza pesantissima del suo narcisismo. Con lui è venuta la fine, ingloriosa in ogni senso, sia del camminare insieme, sia della crescita della città, svenduta agli speculatori, assediata dalle liste civiche, gestita da assessoretti prestanomi sempre più mediocri. L’analisi fatta da Gianni Porta illumina questi aspetti.
Io sottolineo, però, che Tommaso non ha mai temuto il domicilio a Sant’Elena per l’enorme aiuto ricevuto dalla decrescita etica della città, dall’insignificanza del mondo laicale con i silenzi dell’autorità religiosa, l’inquinamento sempre più grossolano della politica, la mancata attenzione di gran parte della sinistra alle periferie divenute culle oppresse di sopravvivenza, l’astensionismo elettorale, la latitanza di uomini di cultura costruttori di coscienza critica, il qualunquismo pagato di certa stampa on line e l’inaffidabilità ipocrita di alcune forze di centro sinistra, resa molto evidente con la fine dell’amministrazione Natalicchio.
Ed ora tutti gridano alle dimissioni, anche chi ha colpe.
Insomma, i problemi enormi del logoratissimo tessuto umano e politico della città non si possono affrontare se non si ricrea un cammino insieme con la gente, un accompagnamento autorevole e credibile, un coraggio e una forza per perseverare. Dopo anni di bugie e mistificazioni, il problema vero non è prima di tutto scegliere un partito politico, una dottrina della politica, ma decidere quale è il bene per la città e soprattutto come realizzarlo, con quale squadra di presenze autorevoli che lo facciano intravedere e comunicare con la loro esperienza.
Questo scrivo affinché qualche mio ricordo possa essere utile.

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