È un Dio che scandalizza

Gesù esce di lì, come dice il Vangelo di Matteo, esce cioè dalla casa di Giairo dove ha rimesso in vita la sua figlioletta che era morta. Il punto di partenza è il Vangelo di domenica scorsa. Ripartiamo di lì, dalla vita nuova, la vita risorta. Non si può ripartire se non da una vita rinnovata, splendente di luce, rigenerata dalla grazia del Signore. Solo chi è risorto può ripartire, riprendere un cammino nuovo, orientare i suoi passi verso nuove mete. 
Laddove Gesù entra, là la vita si rinnova. Lui cammina insieme ai suoi discepoli e oggi lo vediamo ritornare nella sua terra natia. Ci va dopo diverso tempo e ci torna insieme alla sua nuova famiglia, ai suoi Dodici. L’accoglienza non è delle migliori, tanto da ritenerlo un fuori di sé, un passo, un esaltato. Non è quel Gesù che avevano conosciuto qualche anno prima. Prima era buono e obbediente ai genitori, ora addirittura si proclama Figlio di Dio e annuncia un regno nuovo, un nuovo mondo. 
Qualcosa non quadra. La reazione degli abitanti di Nazaret è quella del rifiuto. Non è che non lo conoscono, ma non lo riconoscono. Non è quel Gesù che conoscevano. E cercano di allontanarlo. 
Come può un uomo che conoscono, riconoscerlo come Figlio di Dio? Come può Dio aver pensato di farsi uomo?
La questione è proprio questa: un Dio che si fa uomo. L’evangelista Marco ci catechizza e ci vuole presentare l’icona di un Dio che si fa corpo, assume le sembianze umane, si fa fragile. Tutto questo per dire la vicinanza di Dio alla fragilità dell’uomo. Lo ha detto san Paolo nella seconda lettura quando ci ha raccontato la sua esperienza di fede fondata sulla sua fragilità umana e riportando le parole del Signore che lui si sente dire: Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza. La forza di Dio non si fonda sull’onnipotenza umanamente intesa, ma sulla grandezza della fragilità umana. Dio che assume la carne dell’uomo è il Dio che rafforza la stessa fragilità, la nobilita, la riabilita, la risorge. 
È un Dio che scandalizza. Il divino che si sporca di umano, scandalizza. 
Come può il figlio del falegname e di Maria essere Figlio di Dio? Ecco il nocciolo dello scandalo divino. Cosa avremmo detto noi se fossimo stati concittadini di Gesù e ce lo saremmo visto arrivare con dodici discepoli mentre nella sinagoga, oggi diremmo la parrocchia che ha frequentato in età adolescenziale, si proclama Figlio di Dio? Come avremmo reagito? Forse lo avremmo preso per pazzo. Non fosse altro che sentirci dire che Dio si fa uomo non è un punto di forza per Dio stesso. E allora si grida al sacrilegio, all’eresia. Per di più Gesù viene identificato come il falegname, oltre che figlio di un falegname. Questo è troppo! Dio che fa il falegname! Altro che eresia! Eppure, è la cosa più straordinaria che possa esistere perché Dio assume la nostra carne, il nostro lavoro, la nostra quotidianità. Lui è il falegname, lo spazzino, l’avvocato, l’insegnante, il muratore, il dottore perché così assume la forza della fragilità e si fa prossimo a ciascuno di noi: non è il nostro datore di lavoro ma l’operaio che lavora con noi; non è il capo ufficio ma è il nostro collega della scrivania accanto; non è il dirigente scolastico ma è il collega che succede l’ora dopo la mia lezione; non è il responsabile di fabbrica ma è il socio che lavora insieme a me.

In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.
Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.
Mc 6,1-6

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