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Don Mimmo, l’ultimo lembo di grembiule di una Chiesa che non c’è più

Oggi il 10° anniversario del suo Dies Natalis

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Pensarlo, immaginarlo e “guardandolo” da qui, dopo dieci anni, solo un desiderio su tutti prevale: la nostalgia. E non mi riferisco soltanto a quella personale, benché siano tanti i ricordi che mi legano a don Mimmo fin da quando, non ancora diacono, nel Vescovile di Molfetta come educatore ha lasciato la sua impronta indelebile nel mio cammino di formazione umana e spirituale. È, invece, la nostra Chiesa locale che dovrebbe averne tanta. Avverto, piuttosto, la percezione che molto frettolosamente abbia archiviato uno stile e un esempio che, alla stregua degli stessi di don Tonino Bello, avrebbero consentito uno slancio maggiore in un contesto storico e pastorale molto difficile e offuscato.
Il suo ricordo, oggi, non può bastare o passare soltanto attraverso iniziative come quelle in pieno svolgimento, seppure meritorie e necessarie. Il rischio di ridurre tutto a una semplice celebrazione quasi “accademica” è altissimo, sottovalutando la necessità di dover praticare, per laici e presbiteri, l’essenzialità del suo profilo sacerdotale. Perché don Mimmo è stato un sacerdote essenziale, servo della Parola ma di poche parole, poiché preferiva l’ascolto silenzioso in atteggiamento di umiltà per poi infondere coraggio, conforto e speranza. Ha vissuto il suo ministero nella semplicità e nella coerenza al Vangelo da cui attingeva una grandissima fede che irrobustiva le sue competenze teologiche. E poi tanto, tantissimo di Tonino Bello in lui. Ricordo con emozione quando, il 12 gennaio 1997, durante la presentazione del mio volume “Don Tonino Bello servo di Cristo sul passo degli ultimi” – biografia che mi invitò a pubblicare nella collana “Quaderni” del settimanale Luce e Vita – scoppiò in lacrime all’improvviso mentre don Gianni Fiorentino relazionava. Un pianto quasi inconsolabile nonostante fossero trascorsi quattro anni dalla dipartita del Venerabile.
Ecco, questo oggi manca alla nostra Chiesa. Manca la capacità di “piangere”, manca il desiderio di interiorizzare la profezia e di testimoniare con la propria vita quella che ci fu indicata come la trilogia dell’essenziale: acqua, vino e pane.
Il ricordo di Mons. Domenico Amato, a distanza di dieci anni dalla sua improvvisa scomparsa, sia allora il motivo per andare a riprendere quel grembiule che la Chiesa di Molfetta ha relegato nelle cassapanche delle sue sagrestie, e di cui don Mimmo rappresenta l’ultimo lembo di una Chiesa che non c’è più.

Foto © L’altra Molfetta

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