Dal Vaticano II alle frittelle

Non è una novità, ma ancora una volta occorre affermarlo: la nostra comunità cittadina non sta attraversando un buon momento. Abbiamo frequentemente e abbondantemente evidenziato le sue criticità, e questo su tutti gli aspetti inerenti alla gestione politica e amministrativa che riguarda la città nella sua interezza. C’è, tuttavia, un altro aspetto che non possiamo trascurare di analizzare, ed è quello che riguarda le singole comunità parrocchiali e la loro azione pastorale che, piaccia o no, incide nei comportamenti e nelle abitudini dei fedeli i quali, prima di essere tali, sono fondamentalmente cittadini. La crescita civile e il progresso etico di una città, a nostro parere, passano anche – se non soprattutto – attraverso il ruolo educativo e formativo che la Chiesa detiene insieme alla sua missione primordiale che è, ricordiamolo, quella evangelizzatrice. Crediamo fortemente che l’impegno dei parroci e dei laici impegnati nelle diverse comunità molfettesi, se conforme alla dottrina della Chiesa, possa contribuire seriamente a rendere migliore l’apporto di ciascuno nella famiglia, nella scuola, nel lavoro, nella politica e nelle istituzioni. Negli ultimi tempi e spesso, però, assistiamo a scelte o iniziative – feste, festicciole e sagre – di molte parrocchie che non hanno nulla da spartire con l’esercizio della propria missione, e che non sono in grado di affrontare più coerentemente quelle sfide e quelle trasformazioni che i cambiamenti epocali impongono, nonostante ci siano gli strumenti opportuni riconducibili al Magistero della stessa Chiesa Cattolica.
Dobbiamo ammetterlo tutti, Vescovo, presbiteri, religiosi, laici. Purtroppo anche le parrocchie della nostra città e della diocesi – come del resto anche in Italia e nel mondo – oggi sono attraversate da un evidente processo di smarrimento e di difficoltà. È percepibile il calo dei fedeli; è alta la loro età media e la maggior parte dei ragazzi dopo aver assolto gli “obblighi” sacramentali spariscono verso altre mete. A frequentare gli spazi parrocchiali e a circondare il parroco di turno è rimasta pressoché una fetta di laici sempre meno interessata all’aspetto formativo ma molto capace e ambiziosa nel ritagliarsi spazi considerevoli di visibilità, e spesso a discapito di persone molto più serie e preparate che abbandonano ogni attività e impegno: «Dovete impegnarvi con tutta l’anima affinché le vostre comunità offrano al mondo l’immagine della vera accoglienza cristiana. Luoghi in cui si sperimenta il perdono, e non case di intolleranza dove si discrimina il diverso. Palestre dove ci si allena alla carità e non ambiti in cui l’egoismo la fa da padrone creando spaccature» (Don Tonino Bello). È palpabile anche la monotonia di molte celebrazioni che rendono chiara l’idea perfino di qualche sacerdote “mestierante” che non riesce a trasmettere e a fare vivere la fede oltre il culto, e questa minaccia fu già rilevata sempre dallo stesso don Tonino Bello quarant’anni fa: «Spesse volte nelle nostre liturgie si ha la percezione nettissima che l’unico a mancare è Gesù Cristo. Rubricismo, tanto. Ritualismo, a non finire. Moralismo, a volte insopportabile. Fede, zero. Incontro con Lui, opaco». In alcune parrocchie, infine, c’è crisi di credibilità tra i fedeli perché sacerdoti e laici si sono resi protagonisti di uno stile di vita ambiguo e a volte scandaloso: «Cari fratelli sacerdoti facciamo in modo che la gente, dopo un incontro con noi, abbia l’impressione di essersi incontrata con Cristo. Facciamoci carico dei suoi problemi reali di sofferenza, di povertà, di disoccupazione, di peccato. Questo è il banco di prova della nostra credibilità ecclesiale» (Sempre Lui, il Venerabile).
Possiamo continuare ancora a evidenziare molti altri aspetti capaci di affermare la crisi d’identità di cui oggi le nostre parrocchie sono attraversate, ma è proprio in questa crisi che dobbiamo ricercare le cause di molte iniziative discutibili: la sagra del pesce azzurro organizzata dalla parrocchia della Santa Famiglia, quella della frittella e della castagna della parrocchia Madonna della Rosa, quella della porchetta e del calice di vino (almeno in questo caso c’è il richiamo al memoriale di Cristo) della parrocchia Madonna della Pace e, quasi certamente, se ne aggiungeranno altre ancora. Purtroppo i nostri sacerdoti, circondati e coadiuvati da laici clericalizzati – vera causa di ogni male – vivono l’ansia di doversi adeguare ai cambiamenti sociali, ma cadono inevitabilmente nell’errore di un allineamento a strategie di pensiero e di comunicazione figlie di un impoverimento culturale. Anche Papa Francesco qualche mese fa, febbraio per la precisione, ha evidenziato questa minaccia: «Quanti laici clericalizzati, tanti! È una bella tentazione. Quando penso al clericalismo, penso anche alla clericalizzazione del laicato, quella promozione di una piccola élite che, intorno al prete, finisce anche per snaturare la propria missione fondamentale del laico». Ecco perché i sacerdoti dovrebbero impegnarsi tanto per una più seria e proficua formazione dei laici, ne gioverebbero molto di più di fronte a scelte importanti. Oltretutto viene da lontano questo invito, addirittura dal Decreto Sull’Apostolato dei Laici Apostolicam Actuositatem (1965): «Poiché nel nostro tempo il materialismo di vario tipo sta diffondendosi largamente dovunque, anche in mezzo ai cattolici, i laici non soltanto imparino con maggior diligenza la dottrina cattolica, ma contro ogni forma di materialismo offrano anche la testimonianza di una vita evangelica».
Ma se talvolta le singole parrocchie cedono a iniziative discutibili, ci chiediamo se i vertici del Palazzo Vescovile le condividono e le promuovono lasciando la libera iniziativa ai sacerdoti, oppure nell’incertezza non osano schierarsi verso prese di posizioni più autorevoli e restrittive. Appare, in tutti modi, contraddittoria la loro posizione. Per esempio, il mese scorso, ha voluto ricordare e celebrare il 60° anniversario dell’inizio del Concilio Ecumenico Vaticano II, che avveniva l’11 ottobre 1962. E nei giorni scorsi ha commemorato il 40° anniversario dell’Ordinazione Episcopale del Venerabile don Tonino Bello che avveniva il 30 ottobre 1982. Ma ci interroghiamo: di fatto a cosa servono tutte queste pur lodevoli iniziative? Quali spinte rigenerative sono capaci di infondere nelle comunità parrocchiali? I sacerdoti e i laici sono volenterosi e capaci di attingere a piene mani agli insegnamenti che scaturiscono ancora oggi dai documenti magisteriali del Concilio Vaticano II? Sono disponibili a mettere in pratica l’esempio, la parola e la profezia del Venerabile? A noi, francamente, queste celebrazioni sembrano più dei tappabuchi d’agenda che vere e proprie programmazioni per un rilancio dell’azione pastorale.
Ci offre un piccolo spunto di riflessione il sacerdote Silvio Bruno (parroco della Chiesa San Domenico) quando, nell’editoriale di Luce e Vita del 9 ottobre scorso, in tema di Concilio Vaticano II annota: «Consacrati e laici, accumunati dal Battesimo, siamo chiamati a purificare la Chiesa dai connotati della staticità, per poter giungere agli uomini e alle donne di oggi, sentendoci soggetto e oggetto della vita della Chiesa stessa». Condividiamo le parole e l’invito del parroco a liberarci dai connotati della staticità soltanto se intendiamo per staticità quella zavorra che impedisce oggi la Chiesa di Molfetta con le sue parrocchie di «uscire verso gli altri per giungere alle periferie umane» (Evangelii Gaudium). Purtroppo facciamo fatica a intercettare questo tipo di uscita, non c’è, o c’è pochissimo dinamismo missionario. Annotiamo invece uscite strampalate di trovate più commerciali che spirituali, a prescindere dalle “buone intenzioni” che animano gli organizzatori di sagre e di feste comunitarie. Non lo affermiamo con vena polemica, ma crediamo che sia arrivato il momento propizio di tornare un po’ tutti quanti a studiare i documenti del Concilio Vaticano II. Tutti noi, Vescovo, presbiteri, religiosi e laici soprattutto. L’ha affermato Papa Francesco: «Ritorniamo alle pure sorgenti d’amore del Concilio. Ritroviamo la passione del Concilio e rinnoviamo la passione per il Concilio! (…) Il Concilio indica alla Chiesa questa rotta: la fa tornare, come Pietro nel Vangelo, in Galilea, alle sorgenti del primo amore, per riscoprire nelle sue povertà la santità di Dio».
Quindi, sarebbe opportuno che parroci e laici organizzatori di sagre tengano bene in mente questo invito, perché l’unico scopo del loro impegno all’interno delle parrocchie è quello «di cogliere le istanze del tempo per adeguare il proprio servizio alle esigenze dei fedeli e dei mutamenti storici» (La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa).
Sono trascorsi sessant’anni dall’indizione del Concilio Vaticano II. Soltanto vent’anni dopo, nel 1982, la nostra Chiesa accoglieva don Tonino Bello che, ricordiamolo, da giovane sacerdote aveva seguito Mons. Ruotolo a Roma e aveva preparato per lui le tracce degli interventi che il vescovo di Ugento fece durante le sessioni conciliari. Con Lui dieci anni di episcopato, quando il Venerabile ha messo in campo tutti i suoi sforzi e la sua passione per educare sacerdoti, religiosi e laici agli insegnamenti del Concilio, lasciandoci un messaggio forte e chiaro: «Quando la mia chiesa mi chiederà qualcosa, spero di non aver null’altro da darle che questo: né denaro, né prestigio, né potere. Ma solo acqua, vino e pane. La trilogia di una esistenza ridotta all’essenziale».
Qualcosa però è andato storto se quarant’anni dopo, purtroppo, questa Chiesa non è ancora capace o non ha ancora voglia di tornare alle origini del Concilio per chiedere acqua, vino e pane. Ma solo pesce azzurro, frittelle e porchetta.

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