Il Vangelo giovanneo di questo giorno di Pasqua inizia così: era ancora buio. Tutto ha inizio con il buio per poi finire con la luce: vide e credette. Dunque, dal buio alla luce della fede. È questo il cammino della Pasqua, un itinerario di fede perché la Pasqua è la fonte della nostra fede, l’origine del nostro credere. Dal viola della Quaresima al bianco del tempo di Pasqua. Anche la liturgia, maestra spirituale, ci insegna a percorrere questo particolare percorso che non si racchiude nell’arco di quaranta giorni ma abbraccia tutta la nostra esistenza di credenti.
Maria di Magdala, quando era ancora buio, quando cioè non aveva fatto ancora l’esperienza della fede, quando la sua fede era ancora incerta, quando era oppressa dal dolore della morte di Gesù, quando si sentiva soffocare per quella morte crudele subita dal suo Maestro, quando è confusa nei pensieri che la solitudine provoca, si reca al sepolcro. Nonostante il buio che viveva, va verso un luogo che richiama ancora quel buio, quello della morte. Ma quel luogo, con grandissima sorpresa, diventa un luogo di luce. Gesù, con la sua Pasqua, converte il buio in luce, dirada le tenebre del dolore e della morte, disperde le ombre della notte dando precedenza ai raggi del sole del giorno nuovo. Sarà l’esperienza di Maria di Magdala, la quale si metterà a correre verso i discepoli, anch’essi chiusi nel buio della loro tristezza e delle loro paure, come nel buio di una casa dove si sta ancora piangendo una morte e si fa i conti con una delusione, a portare loro un raggio di luce, un barlume di speranza: Hanno portato via il Signore e non sappiamo dove l’hanno posto! Come dire: non c’è più, in quel sepolcro non c’è più un morto; quel luogo è privo della morte; il deserto ha ripreso a fiorire; nel giardino si sente il profumo di primavera; le rose sbocciano; la rugiada fa luccicare l’erba; nuove gemme spuntano sul mandorlo.
Ma c’è anche l’esperienza dei discepoli Pietro e Giovanni. Corrono per andare a vedere perché ciò che hanno sentito per bocca di Maria, corrispondesse a verità. Arrivano e vedono e credono. Non vedono nulla, se non un sepolcro vuoto. Ma in quel sepolcro ci entrano. È entrare nel limbo dell’incertezza, del dubbio, del dolore, della sofferenza, della solitudine, della malattia, della fragilità. Senza quell’entrare, non si può fare esperienza di fede. Fede, allora, è esperienza pasquale, un’esperienza che invita ad entrare nelle profondità di Dio, di un Dio che attraversa le ferite perché diventino feritorie; un’esperienza che include il buio delle tenebre; un’esperienza che spinge ad attraversare i vicoli del dubbio; un’esperienza che insegna a fare i conti con la realtà dura della vita di ogni giorno. La Pasqua è frutto di questa esperienza, frutto del sepolcro vuoto.



























