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Da Garlasco a Molfetta, indagini sciatte e superficiali

Ancora dubbi e ombre dopo 34 anni dall’omicidio di Anna Maria Bufi: nel numero di Febbraio 2026

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Negli ultimi mesi non c’è stato telegiornale, talk show o programma di approfondimento che non abbia parlato del caso Garlasco. L’omicidio di Chiara Poggi è tornato prepotentemente al centro dell’attenzione pubblica, trasformandosi in un vero e proprio spettacolo mediatico, spesso lontano dalle aule dei tribunali.
Opinionisti, criminologi e avvocati si alternano nei dibattiti televisivi, talvolta con l’ambizione di riscrivere una narrazione alternativa rispetto a quella già definita in sede giudiziaria, conclusasi con una sentenza di condanna definitiva.
Al centro della rinnovata attenzione c’è il DNA, da anni considerato la cosiddetta “prova regina”, capace – almeno nell’immaginario collettivo – di risolvere anche i casi più complessi. Ma è davvero così? Quanto è effettivamente probante il ritrovamento di una traccia genetica su una scena del crimine? E fino a che punto possiamo essere certi che quella traccia conduca senza margini di dubbio a una sola persona?
Nell’immaginario collettivo, una volta ottenuta la tipizzazione genetica, il caso è chiuso. Nella realtà giudiziaria, invece, le cose sono ben più complesse. Nel sistema processuale italiano la prova si forma nel dibattimento, attraverso il contraddittorio tra accusa e difesa davanti a un giudice. I dati e gli elementi raccolti dal Pubblico Ministero, nella fase delle indagini preliminari, non sono di per sé prove definitive, ma materiali che dovranno essere valutati criticamente in aula.
Un aspetto cruciale riguarda la custodia e la conservazione delle tracce biologiche. Se un reperto non viene raccolto, conservato e documentato correttamente, l’attendibilità delle analisi può essere seriamente compromessa. È qui che entra in gioco la cosiddetta catena di custodia, un passaggio fondamentale nelle scienze forensi.
Senza la certezza assoluta sulla tracciabilità di un reperto – dal momento del ritrovamento fino all’analisi di laboratorio – anche un profilo genetico tecnicamente corretto può diventare vulnerabile in sede processuale. Un buon avvocato potrebbe, infatti, metterne in discussione l’utilizzabilità, soprattutto in presenza del rischio di contaminazioni della scena del crimine o di una gestione non impeccabile dei reperti, volontaria o meno.
Se oggi si parla ancora dell’omicidio di Chiara Poggi, lo si deve probabilmente ai molti e gravi errori che furono commessi fin dai primi momenti delle indagini. Reperti raccolti senza guanti, sangue calpestato dai carabinieri, impronte riconsiderate dopo 19 anni, un gatto che fu lasciato libero di girare per la scena del crimine. Nelle prime ore ebbero accesso alla scena del crimine 25 persone, e nessuna delle quali indossava i calzari protettivi. Nei giorni successivi il pubblico ministero dovette sequestrare le 25 paia di scarpe per rilevarne le impronte. E sono solo alcuni degli errori più grotteschi delle indagini. Quando nel 2009 si arrivò al primo processo contro Alberto Stasi, uno dei giudici incaricati disse che di quel caso di certo c’era solo che una ragazza era stata uccisa.

Da Garlasco a Molfetta

A noi molfettesi, l’omicidio di Chiara Poggi, con i possibili errori e negligenze da parte di investigatori e attori intervenuti sulla scena del crimine, ci riporta alla memoria l’omicidio di Anna Maria Bufi. La ragazza di 22 anni, barbaramente uccisa nella notte tra il 3 e il 4 febbraio del 1992 e abbandonata sulla statale 16 bis all’altezza dello svincolo Molfetta-Zona Industriale.
La narrazione sulle indagini sull’omicidio Poggi ha fatto conoscere all’opinione pubblica, probabilmente, alcuni aspetti che mai dovrebbero caratterizzare un’indagine. L’hanno chiamata superficialità o sciatteria investigativa, gli stessi aspetti che l’omicidio di Anna Maria Bufi ha in comune con l’omicidio di Chiara Poggi. Nel caso di Garlasco c’è un assassino che sta scontando la pena e su cui oggi affiorano delle incertezze sulla sua colpevolezza. Per l’omicidio Bufi, invece, dopo 34 anni e quattro sentenze definitive, non si è mai giunti all’individuazione del colpevole. Su questa storia L’altra Molfetta, nel 2020, ha pubblicato un ampio servizio di approfondimento su alcuni aspetti che avrebbero potuto essere di interesse investigativo per qualche “giudice a Berlino”.

“Frammenti di storie semplici”, un romanzo diventa cronaca giudiziaria

A ben vedere, un giudice vi è stato, seppur momentaneamente privo di toga e di codice penale sulla scrivania. Al loro posto, la penna e la libertà narrativa del magistrato Roberto Oliveri del Castillo, originario di Napoli e in servizio presso la Procura di Trani dal 2000 al 2013. Nel 2014, il giudice-scrittore presentò al pubblico il volume “Frammenti di storie semplici”.
Il romanzo divenne rapidamente un caso tanto letterario quanto giudiziario, poiché l’autore descriveva, attraverso la finzione narrativa, intrecci opachi e giochi di potere all’interno di un ufficio giudiziario di una provincia del sud: procuratore capo, magistrati, giudici, appartenenti alle forze di polizia, avvocati e imprenditori rappresentati come componenti di un sistema relazionale in grado di piegare l’amministrazione della giustizia a interessi personali, in una sorta di associazione criminosa diffusa.
Per una singolare coincidenza temporale, le vicende narrate nel romanzo finirono per anticipare l’inchiesta denominata “Giustizia truccata”, che di lì a poco avrebbe profondamente scosso la Procura di Trani.
L’autore ha sempre chiarito che le storie raccontate erano frutto di elaborazione narrativa; tuttavia, in molti vi hanno riconosciuto analogie con fatti e personaggi reali. Emblematico, in tal senso, è l’episodio relativo alle pressioni esercitate da un certo “procuratore Clammis” in favore del suo stretto amico “avvocato Granchio”. Una dinamica che richiama, almeno sul piano descrittivo, vicende successivamente emerse nell’ambito dell’inchiesta condotta dalla Procura di Potenza.
In tale procedimento risultarono coinvolti l’ex procuratore della Repubblica di Trani, Carlo Maria Capristo, e il suo “alter ego” professionale, l’avvocato Giacomo Ragno, legati – secondo l’ipotesi accusatoria – da un rapporto privilegiato caratterizzato da scambi di favori illeciti. Relazione che, sempre secondo l’accusa, sarebbe proseguita anche successivamente al trasferimento di Capristo alla guida della Procura di Taranto, consentendo a Ragno di ottenere incarichi professionali presso l’Ilva in amministrazione straordinaria.

Persona Offesa: Biffi Anna. Titolo di reato: art. 575 c.p..

Un’altra di quelle storie, anche se con nomi e circostanze di fantasia, sembra essere proprio quella della nostra Anna Maria Bufi (Biffi Anna?).
Da pagina 137 a 139, Oliveri del Castillo scrive: “Leggo la copertina di un fascicolo piuttosto imponente: sono diversi faldoni, indagato Brocchi Vito, difensore avv. Giannossi.
Titolo di reato: art. 575 c.p.. Persona Offesa: Biffi Anna. Sapevo che sarebbe arrivato: me ne aveva parlato giusto qualche mese prima un collega ormai trasferito che si dava decisamente da fare su casi disperati. E quello di Anna era uno di questi.
Anna, 20 anni, studentessa, era stata trovata morta sulla Statale 116 durante l’estate di dieci anni prima, con i vestiti lacerati, seviziata e con la gola tagliata, ma sul posto non erano state trovate tracce di sangue, segno evidente che l’assassinio era stato compiuto altrove ed il corpo poi scaricato da una macchina in una area di sosta, verosimilmente di notte, per non lasciare tracce o simulare un investimento.
L’assassino, per questo, era anche passato sul cadavere della ragazza, provocando fratture multiple a stracciando gli abiti.
I primi accertamenti condotti dalla Polizia avevano individuato alcune persona sospette, amici della povera ragazza, che potevano essere coinvolti nel caso. Le indagini erano state immediatamente assunte dal collega Trapanese, all’epoca sostituto Procuratore, il quale, ovviamente, non aveva cavato un ragno dal buco.
Provo a ragionare sul da farsi, nonostante fossero trascorsi molti anni, e per prima cosa mi faccio portare l’intero voluminoso fascicolo per spulciarlo da cima a fondo. Verso le sei di pomeriggio sono ancora alle prese con l’incartamento; la stanchezza mi prende, preferisco chiudere tutto, perché mi girano in testa dati e cifre turbinosamente.
Giunto a casa continuo a pensare mentre mi preparo qualcosa da mangiare perché, in fin dei conti, a stomaco vuoto non si combina niente. Ragiono su certe cose strane emerse (o non emerse) dal fascicolo: a) non era stata mai fatta un’autopsia sulla ragazza; b) non erano state fatte indagini sulle vetture dei sospettati, per verificare l’esistenza di tracce di sangue; c) nessun interrogatorio dei sospetti; d) il fascicolo aveva avuto itinerari contorti, sia in Procura, sia al g.i.p., dove interrogatori di indagati erano stati all’ultimo momento rinviati e non più fatti; e) oggetti sequestrati al principale sospettato non si erano più trovati, come scarponi sporchi di fango e pantaloni macchiati e mai repertati.
Ma questo era solo il principio, poi ne sarebbero uscite di sorprese”.

La fantasia supera la realtà e genera dubbi

Le pagine romanzate del giudice Roberto Oliveri del Castillo, al di là dei nomi e della logistica di fantasia, diventano straordinariamente reali quando l’autore s’interroga sulle stranezze emerse nel fascicolo di “Anna Biffi” (Anna Maria Bufi?). Colpiscono e fanno riflettere i dubbi del giudice romanziere, messi a confronto con quelli dei giudici reali, nero su bianco riportati nelle varie sentenze di assoluzione dell’unico presunto assassino di Anna Maria Bufi.
Non vi è alcuna volontà di mettere in discussione la colpevolezza o l’innocenza dell’imputato Bindi Marino Domenico (detto Mino), ma si intende riflettere sul modo in cui sono state condotte le indagini, talvolta in modo pervicacemente unidirezionale. Non appare mai evidente la volontà di allargare l’inchiesta a piste alternative. Anche quando si era palesato un nuovo indizio, che conduceva lontano dalla pista Bindi, è sembrato che mancasse una reale convinzione nell’approfondirlo.
Le “stranezze” che il giudice romanziere Roberto Oliveri del Castillo elenca nel suo libro non coincidono del tutto con la verità giudiziaria contenuta nel corposo fascicolo dell’omicidio di Anna Maria Bufi, ma potrebbero rappresentare tracce di piste investigative alternative mai percorse.
Del Castillo scrive che “non era stata mai fatta un’autopsia sulla ragazza”. In realtà, nei primi accertamenti effettuati nel 1992, l’autopsia fu eseguita e accertò che il cadavere non presentava segni di un recente rapporto sessuale; tuttavia, probabilmente non furono verificate né repertate eventuali tracce di DNA di terzi. A ciò si aggiunga che, incautamente, non furono conservati gli indumenti della povera Anna Maria (peraltro non analizzati in sede di accertamenti autoptici), che vennero dissequestrati il 17 maggio 1994 in quanto “maleodoranti”.
Oltre agli indumenti, andarono distrutti anche i reperti istologici e biologici (la calotta cranica, parti di materiale cerebrale, il cuoio capelluto, ecc.). Tali circostanze pregiudicarono, nel 2002, in occasione della riapertura delle indagini, la possibilità per gli inquirenti di effettuare nuovi accertamenti tecnici. Non furono recuperabili neppure i negativi delle fotografie scattate sul luogo del ritrovamento del cadavere.

Le auto dei sospettati

Un’altra anomalia riguarda le mancate indagini sulle autovetture dei sospettati. L’auto di Bindi non fu sequestrata immediatamente e si omise di contestargli la circostanza che la moquette fosse bagnata e che il veicolo fosse stato lavato, presumibilmente in un arco temporale successivo all’omicidio della Bufi. In compenso, furono visitati gli autolavaggi del circondario nel tentativo di trovare conferme a questa ipotesi.
Appare tuttavia inverosimile che un presunto assassino si rechi in un autolavaggio con vistose tracce di sangue sulla moquette. Eppure tale contestazione fu avanzata dall’accusa solo dopo dieci anni. Lo stesso Bindi si giustificò dichiarando che la moquette della sua auto era probabilmente bagnata perché era stato in montagna e aveva lasciato nel portabagagli scarponi e sci con residui di ghiaccio.
La stessa auto dell’indagato era stata venduta alcune settimane dopo l’omicidio e venne sequestrata nel 2001 in Germania e sottoposta all’esame del Luminol per cercare eventuali macchie di sangue o tracce biologiche di Anna Maria. Il perito del pubblico ministero escluse che le tracce rilevate fossero di sangue.
Un’altra auto non immediatamente attenzionata fu una Golf, il cui conducente venne notato da una cugina della vittima mentre parlava nelle vicinanze della casa della Bufi, pochi istanti prima che quest’ultima entrasse nella sua auto e si dirigesse verso il centro città, a poche ore dal ritrovamento del suo cadavere.
Quella rappresenta l’ultima immagine di Anna Maria Bufi da viva e il conducente di quella Golf, di color beige, avrebbe potuto essere potenzialmente l’ultima persona ad aver visto la vittima, quindi un soggetto da cercare e interrogare subito.
Si trattava di un elemento sicuramente rilevante ai fini investigativi, ma anche questa pista fu trascurata e approfondita solo dopo parecchi mesi. Eppure quella Golf era stata notata e segnalata anche da altri testimoni, amici della Bufi, come l’auto che talvolta transitava su Corso Umberto e si fermava a parlare con la vittima non lontano dal luogo di ritrovo abituale del suo gruppo di amici.
La Golf fu individuata solo nel luglio del 1992. Il conducente, una volta interrogato, fornì un alibi che tuttavia non venne verificato; né furono eseguiti rilievi sull’autovettura, che fu soltanto perquisita. All’interno dell’auto venne rinvenuto un bastone con un capello sulla sommità. Pur essendo stato sequestrato, su tale reperto non furono effettuati immediatamente accertamenti, che vennero eseguiti solo in occasione della riapertura delle indagini, anni dopo. Il capello non risultò appartenere alla vittima. Anche questo episodio rappresenta un ulteriore esempio di negligenza e superficialità investigativa.

Le scarpe sparite e le dichiarazioni dei testi non verbalizzate

Con esposto presentato nel 1996, la madre di Anna Maria Bufi segnalava la necessità di approfondire taluni elementi investigativi rimasti inesplorati, richiamando l’attenzione sulla possibile sottrazione di un paio di scarpe rinvenute all’interno dell’abitazione dell’imputato Bindi e mai oggetto di sequestro.
La circostanza le era stata riferita da un carabiniere descritto come “alto e robusto”. Nel corso dell’anno 2000 i carabinieri Antonio Caldarulo e Leonardo Grande (uno dei due corrispondente alla suddetta descrizione) tornarono a riferire della presenza e del prelievo di tali scarpe dall’abitazione di Bindi.
Dette dichiarazioni determinarono, in via consequenziale, l’avvio di ulteriori attività investigative, sfociate in un distinto procedimento penale, parallelo a quello principale, incardinato presso la Procura della Repubblica di Potenza e volto a verificare eventuali responsabilità lungo l’intera catena di comando della Stazione e della Compagnia dei Carabinieri di Molfetta. In tale contesto si ipotizzarono condotte di complotto e di favoreggiamento in favore dell’indiziato Marino Bindi. Tuttavia, l’impianto accusatorio venne integralmente disatteso, anche alla luce delle intercettazioni ambientali effettuate in caserma, con conseguente assoluzione di tutti gli indagati. Le dichiarazioni rese dai militari Caldarulo e Grande furono, in definitiva, ritenute inattendibili e il procedimento venne archiviato.
Diversamente, il maresciallo Pinto, coinvolto nelle indagini sin dal rinvenimento del corpo di Anna Maria Bufi, omise di procedere alla formale verbalizzazione delle dichiarazioni rese dai testimoni indicati come alibi dell’imputato Bindi. I colleghi di palestra di quest’ultimo furono escussi unicamente per via telefonica, con la conseguenza che non rimase alcuna documentazione ufficiale e attendibile delle loro deposizioni, nonostante esse rivestissero un rilievo decisivo ai fini della ricostruzione dei fatti.
L’accertamento riguardava, in particolare, la verifica dell’effettiva presenza dell’imputato in palestra nella sera del delitto e della sua permanenza continuativa in tale luogo dalle ore 19.00 alle ore 21.45 o 22.00. Tale era la versione fornita da Bindi, il quale dichiarava di essere rientrato presso la propria abitazione intorno alle ore 22.00 senza più allontanarsene, circostanza confermata dalla moglie.

Il ritrovamento del cadavere e le ipotesi sulle modalità dell’omicidio

In questa fase delle indagini, nelle primissime ore successive al rinvenimento del cadavere di Anna Maria Bufi, si verificarono una serie di circostanze di difficile comprensione. Procedendo con ordine, sul luogo del ritrovamento giunse, unitamente alle forze dell’ordine, il consulente della Procura e medico legale, prof. Di Nunno, al fine di eseguire i rilievi di rito propedeutici ai successivi accertamenti autoptici, necessari per determinare la causa e le modalità del decesso.
In sede dibattimentale si registrò un acceso confronto tra il dott. Di Nunno e il dott. Introna, consulente della difesa di Bindi. Quest’ultimo sosteneva che l’ovoide cranico di Anna Maria fosse andato incontro a una frattura esplosiva in conseguenza di un arrotamento da parte di un’autovettura, mentre il corpo giaceva con il lato sinistro del capo poggiato al suolo. Diversamente, secondo la tesi del dott. Di Nunno – poi ritenuta prevalente – Anna Maria Bufi sarebbe deceduta a seguito di ripetute percosse inferte con un corpo contundente, in un luogo diverso da quello del rinvenimento del cadavere, ove la vittima sarebbe stata successivamente trasportata dal suo assassino.
Presumibilmente, tale condotta era finalizzata a simulare un sinistro stradale o, quantomeno, a confondere le conseguenze della brutale violenza esercitata, anche facendo affidamento sulla possibile evenienza che il corpo potesse essere investito da un mezzo in transito condotto da ignari terzi.
L’autore dell’omicidio avrebbe potuto trasferire il cadavere dal luogo dell’aggressione e abbandonarlo in aperta campagna, magari in un sito isolato e difficilmente individuabile. Invece, egli scelse di collocare il corpo martoriato di Anna Maria su una strada statale ad alta percorrenza, verosimilmente per le finalità sopra indicate. Tale circostanza rimane, tuttavia, neutra rispetto a qualsivoglia ipotesi circa l’individuazione dell’autore del delitto, lasciando aperti rilevanti interrogativi ai quali, purtroppo, le modalità delle indagini svolte non hanno fornito risposta.
A ciò si aggiunge un’attività investigativa dei Carabinieri, posta in essere nelle ore immediatamente successive al rinvenimento del corpo senza vita della Bufi, che appare difficilmente comprensibile. Nonostante il medico legale Di Nunno avesse da subito affermato che Anna Maria Bufi era deceduta a causa di almeno sei colpi violenti inferti con un corpo contundente, i Carabinieri si orientarono verso una diversa pista investigativa, incorrendo in un errore grossolano e ingiustificato. Essi sottoposero alla prova dello stub uno zio e un amico della vittima, poiché presso la caserma dei Carabinieri di Molfetta si era formata la convinzione che l’omicidio fosse stato perpetrato mediante l’uso di un fucile a canne mozze, circostanza del tutto incoerente con le risultanze già acquisite.

Testimoni non ascoltati o presunti colpevoli

Aveva ragione il giudice-scrittore quando, nel suo “Frammenti di storie semplici”, con riferimento a questa vicenda, osservava che «il fascicolo aveva avuto itinerari contorti». Dopo la lettura delle quattro sentenze risulta, infatti, più agevole rappresentare l’impianto accusatorio, costruito nei confronti dell’unico imputato, come un labirinto inestricabile, privo di una reale via d’uscita.
Gravi e incolmabili lacune istruttorie nella fase delle indagini preliminari, la dispersione di elementi probatori, nonché l’insipienza, l’incompletezza e la superficialità delle investigazioni svolte nell’immediatezza dei fatti, costituiscono i tratti caratterizzanti dell’intera vicenda. Anna Maria Bufi è stata uccisa due volte: la prima per mano di un assassino senza nome; la seconda per effetto di quella che gli stessi giudici hanno definito una vera e propria “sciatteria investigativa”.
Ma non solo. Ripercorrendo la narrazione giudiziaria complessiva, si ricava l’impressione che, a partire dal 2000 – anno in cui prende avvio il processo nel suo sviluppo effettivo – taluni testimoni, emersi improvvisamente a distanza di molti anni dai fatti, siano stati in qualche modo costruiti e gestiti al solo fine di riempire il quadro processuale e protrarre i tempi del giudizio, pur nella consapevolezza della loro intrinseca inattendibilità. Si tratta di pettegolezzi, chiacchiericci di scarsa consistenza probatoria o risentimenti maturati in ambiti familiari e coniugali, che gli stessi giudici di primo grado hanno ritenuto non idonei a fondare un giudizio di colpevolezza.
Talvolta, dalla lettura degli atti, emerge anche la sensazione che sull’intera vicenda Bufi abbia aleggiato un velato tentativo di depistaggio: non immediatamente riconducibile a una specifica attività investigativa, ma percepibile come dato complessivo, come clima. È una sensazione che appartiene al cittadino comune, estraneo alle dinamiche processuali, che non parteggia né per l’accusa né per la difesa dell’imputato, ma osserva dall’esterno l’intera narrazione giudiziaria, alla ricerca di una spiegazione che possa giustificare una così marcata superficialità investigativa a fronte del corpo martoriato di una giovane donna.

Ci sarà un nuovo “giudice a Berlino”?

A distanza di trentaquattro anni dall’omicidio di Anna Maria Bufi, è lecito domandarsi se sia ancora possibile riaprire le indagini al fine di colmare le numerose lacune generate dalla superficialità investigativa del passato. Anche volendo ipotizzare un azzeramento dell’imponente fascicolo processuale e una ripartenza dagli unici resti oggi disponibili – quelli di Anna Maria Bufi – appare difficilmente immaginabile che persino le più moderne tecnologie possano restituire dati utili, quali tracce di DNA riconducibili a soggetti terzi, idonei all’identificazione di ulteriori possibili protagonisti della scena criminosa. Ciò anche in considerazione del fatto che la scena del crimine rimane, di fatto, sconosciuta, essendo il corpo della vittima stato rinvenuto in un luogo diverso da quello in cui l’omicidio fu consumato.
Proprio la doppia scena del crimine e la condotta successiva all’omicidio di Anna Maria Bufi, consistita nel trasferimento del corpo dal luogo dell’aggressione a una strada statale ad elevata percorrenza veicolare (SS 16), meriterebbe un’ulteriore riflessione. Il collocamento del cadavere su una carreggiata di intenso traffico risulta coerente con la possibile finalità di simulare un sinistro stradale ovvero, quantomeno, di sovrapporre e confondere gli effetti di un’eventuale aggressione con quelli di un possibile investimento.
Tale impostazione sembra aver prodotto, almeno nelle primissime fasi, un concreto effetto di disorientamento investigativo. Tant’è che le attività investigative si indirizzarono, inizialmente, verso ipotesi del tutto inconferenti, quali l’utilizzo di un’arma da fuoco, con conseguente sottoposizione di soggetti terzi a verifiche tecniche (prova dello stub) prive di riscontro nelle risultanze oggettive del medico legale già acquisite.
In tale contesto non può escludersi, in termini meramente ipotetici, che l’autore dell’omicidio abbia agito con lucidità e con una consapevolezza non comune delle possibili ricadute investigative delle proprie condotte successive al fatto. Tale consapevolezza potrebbe essere stata maturata autonomamente, oppure acquisita attraverso il suggerimento, il consiglio o l’interlocuzione con altra persona, anche estranea alla fase esecutiva del delitto. L’eventuale contributo esterno, tuttavia, potrebbe aver assunto una forma potenzialmente idonea a influenzare in modo significativo l’avvio e l’indirizzo delle indagini.
Si tratta di un profilo investigativo che, allo stato degli atti, non risulta essere stato oggetto di specifico approfondimento e che appare meritevole di ulteriore valutazione, almeno per colmare una lacuna conoscitiva nella ricostruzione complessiva dei fatti e delle condotte successive al delitto.
Oltre questi possibili spunti, dopo 34 anni dall’omicidio, quali potrebbero essere, oggi, altri elementi utili sui quali fondare un’eventuale istanza di riapertura delle indagini?
Accanto alle pagine ormai definitive delle quattro sentenze pronunciate, emergono alcune circostanze riportate dalla stampa locale che, rilette a distanza di molti anni, potrebbero essere ricomposte in una sequenza significativa e costituire una possibile pista investigativa rimasta inesplorata.
In più occasioni, la stampa cittadina ha fatto riferimento a una persona che, sin dalle prime ore della notte del 4 febbraio 1992, avrebbe mostrato un interesse attivo per l’omicidio. Di tale soggetto si legge come di una figura che avrebbe affiancato il padre di Anna Maria Bufi in improbabili ricognizioni sul luogo del rinvenimento del cadavere della figlia. Lo stesso soggetto riemerge nel periodo della prima riapertura delle indagini, nel 1996, nella veste di “sollecitatore” di alcune piste investigative, sempre in stretta prossimità al padre della vittima.
Vi è poi un episodio che merita attenzione e suscita particolare perplessità. Ancora una volta sulla stampa cittadina, nel luglio 2003, si dà conto della presenza di una persona che si sarebbe presentata presso la redazione di un giornale locale e che, con toni quasi intimidatori, avrebbe accusato il direttore e altri responsabili della redazione di aver assunto una posizione non neutrale rispetto alla vicenda dell’omicidio di Anna Maria Bufi. Alla redazione veniva contestato di “aver assunto una posizione sin troppo difensiva nei confronti del principale imputato e dei carabinieri coinvolti nella vicenda” e di “non aver messo in adeguato risalto il fatto che sulla vicenda pendeva tuttora un’inchiesta parallela riguardante altri carabinieri e il precedente difensore di Bindi”. Si tratta di affermazioni unilaterali che, se non altro, avrebbero meritato un approfondimento e una più puntuale contestualizzazione.
Ulteriore elemento di interesse è rappresentato da una lettera anonima recapitata il 29 aprile 2020 alla redazione de L’altra Molfetta, nella quale si affermava che “sin dal principio, attorno alla vicenda Bufi, si aggirava uno strano personaggio”, senza che fosse chiaro a quale titolo egli si interessasse con tanta insistenza del caso. Nella medesima lettera si leggeva:
«…Poi si scoprì che quest’uomo conosceva bene la ragazza e qualche saggio gli consigliò di non occuparsi più della questione. Si trattava di un sospettato “eccellente”, sul quale purtroppo non si è mai indagato davvero. Egli fu solo sfiorato dal processo, ma stranamente non fu mai ascoltato. Come mai nessuno ha mai sequestrato due o tre foto della ragazza, per un breve periodo pubblicate su La Gazzetta del Mezzogiorno con dedica sul retro? A chi erano state fatte quelle dediche? Esistono ancora quelle foto? Dove sono custodite?».
La lettera anonima conteneva riferimenti puntuali che non risultano essere mai stati oggetto di accertamento investigativo. In essa si faceva menzione anche di un post apparso su Facebook il 3 febbraio 2018, a firma di Maurizio Bindi, nel quale si leggeva:
«E già… sanno tutti che il carnefice è vivo e vegeto e si gode la vecchiaia come si è goduto questi anni tra una partita di tennis e l’altra. Del resto… con le spalle forti della “giustizia”, quella terrena vestita di toga, dico io, si fa presto a puntare il dito contro gli altri».
È evidente che il riferimento non poteva riguardare lo zio dell’autore, Bindi Marino Domenico, ma alludeva a un’altra persona, rimasta ignota. La lettera anonima fu trasmessa ai Carabinieri tramite posta elettronica certificata, senza che risulti essere stato fornito alcun riscontro; non si può che auspicare che, anche a causa dell’emergenza pandemica, tale documento non sia andato disperso.
Merita, infine, particolare attenzione un passaggio della lettera anonima del 2020, là dove si afferma: «Egli fu solo sfiorato dal processo, ma stranamente non fu mai ascoltato». L’estensore anonimo si riferiva forse a un soggetto mai indagato e, dunque, mai escusso? Oppure a una persona formalmente inserita nell’elenco dei testimoni, ma mai effettivamente ascoltata in dibattimento?
Sarebbe sufficiente richiamare l’elenco dei testimoni indicati dalle parti in causa, e mai sentiti nel corso del processo, per ritenere che, tra essi, potrebbe esservi qualcuno riconducibile alle caratteristiche del cosiddetto “signor X”. Un super testimone in grado di fornire indicazioni utili per l’individuazione dell’autore dell’omicidio di Anna Maria Bufi?
A questo punto, non resta che affidare tali interrogativi al lavoro di un nuovo, auspicabile “giudice a Berlino”.

Cronologia essenziale del procedimento

Il 4 febbraio 1992 viene rinvenuto il cadavere di Anna Maria Bufi. L’esame autoptico accerta che la morte è avvenuta tra le ore 21.00 e le ore 22.00 del 3 febbraio 1992. Il principale indiziato risulta in possesso di un alibi ritenuto solido per la sera del delitto. In data 18 dicembre 1992 il procedimento viene archiviato, su richiesta del magistrato inquirente Alessandro Messina. Il delitto rimane privo di un responsabile individuato.
Nell’ottobre 1996 i genitori di Anna Maria Bufi presentano un nuovo esposto alla Procura della Repubblica. Il caso viene riaperto: vengono disposte indagini a tappeto, riesaminati gli atti già acquisiti e ricercati nuovi testimoni.
Il 16 giugno 1998 il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Trani dispone una seconda archiviazione, accogliendo la richiesta della Procura, ritenendo insussistenti elementi indiziari sufficienti per il rinvio a giudizio del sospettato.
Nel 2000 il sostituto procuratore della Repubblica di Trani, dott. Seccia, dispone una nuova riapertura del procedimento. Con sentenza del 24 luglio 2007, la Corte di Assise di Trani pronuncia sentenza di assoluzione nei confronti di Marino Bindi.
Avverso tale decisione viene proposto appello dalle parti civili, dal Pubblico Ministero e dal Procuratore Generale. Il giudizio di secondo grado innanzi alla Corte di Assise di Appello ha inizio il 30 giugno 2009e si conclude il 25 settembre 2009 con una ulteriore sentenza di assoluzione in favore di Bindi.
Con sentenza del 20 aprile 2011, la Corte di Cassazione annulla la decisione del 2009 nei confronti di Bindi Marino Domenico e rinvia per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte di Assise di Appello di Bari.
La Corte di Assise di Appello di Bari, con sentenza del 14 febbraio 2013, dichiara non doversi procedere nei confronti di Bindi Marino Domenico in ordine ai reati ascrittigli, in quanto estinti per morte dell’imputato.

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