Il 3 ottobre di ottocento anni fa, ad Assisi, moriva un uomo che aveva trascorso la propria vita a spogliarsi di tutto. Francesco, infatti, non possedeva un campo, non possedeva una vigna, non possedeva nemmeno il saio che indossava, se è vero che lo chiese in prestito. Eppure, di tutte le voci che la storia della Chiesa ci ha tramandato, la sua è forse quella che ha parlato con più autorità della terra, dell’acqua, del sole. E lo ha fatto non nelle vesti di padrone ma come fratello. Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra non rivendica assolutamente un titolo di proprietà, ma esprime un atto di estrema gratitudine. È, per questo motivo, una curiosa e bella coincidenza che la liturgia faccia cadere, proprio nel giorno della sua festa, il vangelo dei vignaioli omicidi.
Un uomo pianta una vigna, la affida a dei contadini, parte per un viaggio. Quando manda i suoi servi a ritirare il raccolto, i contadini li bastonano, li uccidono, li lapidano. Manda allora il proprio figlio, pensando che almeno a lui porteranno rispetto. Lo cacciano fuori dalla vigna e lo ammazzano, perché vogliono l’eredità tutta per sé.
Probabilmente si tratta del racconto più antico che conosciamo di un possesso illegittimo che si trasforma in gesti di violenza, secondo il quale non basta coltivare la terra, bisogna anche impadronirsene, escludere chi ne ha titolo, zittire chi viene a chiedere conto dei frutti. Francesco, otto secoli prima di noi, aveva capito che, l’unico modo per non finire come quei contadini, è non considerarsi mai proprietari di nulla, nemmeno della vigna che si coltiva.
A Molfetta, un pezzo di vigna potrebbe coincidere con il lungomare Marcantonio Colonna. Da anni è terreno di un contendere che ha più a che fare con chi deve decidere, piuttosto che con il modo in cui si decide. La vasca di colmata, la gara, la determina che la revoca, il ricorso contro la revoca, la parcella onerosa al legale di turno, le assemblee pubbliche convocate e poi citate come credenziale da una parte o dall’altra… ognuno, in questa storia, sembra convinto di avere un titolo più legittimo degli altri sul raccolto. Ecco perché c’è chi ha presentato l’istanza di autotutela contro la Determina 1223, chi ha salutato la revoca come “una nuova alba”, chi vorrebbe tagliare fuori chi la pensa diversamente dal tavolo delle decisioni. Nessuno, per fortuna, ha alzato le mani sui servi. Ma la logica del possesso esclusivo, quella sì, è la stessa che muove i contadini della parabola.
Oggi Francesco ci direbbe, sicuramente, che la costa di una città non è una proprietà, e che non si amministra come un bene di famiglia. Ma, al contrario, si custodisce insieme per chi verrà dopo.
Il vangelo di oggi finisce con una frase molto popolare, e che occorre tenere a mente proprio per questo: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo”. Dunque, non è detto che un progetto respinto, una gara revocata, un’idea tenuta fuori dalla porta per anni non possa diventare, domani, il fondamento di qualcosa di più giusto. Ma perché questo accada, bisogna adesso finirla di comportarsi da contadini che difendono la vigna a bastonate, e cominciare a comportarsi da custodi.
Anche a Molfetta, anche e soprattutto sul lungomare.

























