«Quale spazio ha la persona nei nostri impianti? Quale rispetto abbiamo del bene comune e della sua indiscussa sovranità su tutte le altre visioni, compresa anche l’affermazione e l’avanzata del proprio partito?».
«Ci rendiamo conto che i rallentamenti delle nostre città sono dovuti ai calcoli di scuderia, alla prevalenza degli interessi di parte sull’interesse della gente, alle meschine strumentalizzazioni dello scontento popolare che può tornar comodo domani ai nostri progetti partigiani?».
«Chi stiamo servendo, il bene comune o la carriera personale? Il popolo o lo stemma? Il municipio o la sezione? Il tricolore o la bandiera del partito?».
«A chi facciamo pagare l’estratto conto dei nostri ritardi? La bolletta dei nostri sterili blateramenti? Le cambiali, purtroppo spesso rinnovate, di una fiducia sistematicamente tradita? Quale rispetto abbiamo per i poveri? Quanta indifferenza nutriamo per la loro rabbia impotente?».
«Quale forza d’urto sulla nostra anima si sprigiona dalle sofferenze degli ultimi? Dalla disoccupazione imperante? Dalla mancanza di case? Dalla miseria morale in cui versa tanta gente? Dal degrado e dall’avvilimento delle sterminate forme di devianza che proliferano nelle nostre comunità?».
«Siamo disposti a pagare prezzi da capogiro, e a rimettere anche prestigio e carriera e poltrona e “brillante avvenire” pur di perseguire ad ogni costo il bene comune?».
«Quali patteggiamenti a scredito della giustizia; quali violenze a scapito della libertà; quali subdole perfidie contro gli indifesi; quali accordi disonesti sotto traccia, a vilipendio dell’onestà, ci vedono protagonisti?».
«Siamo convinti che le “grandi” voci, quelle autentiche, quelle dei poveri, quelle degli sconfitti, quelle di coloro che rimangono sempre indietro, possono essere ascoltate solo nel silenzio, nella riflessione prolungata, nello spazio contemplativo che sapremo resecare sul panno lacerato delle nostre febbrili attività?».
Don Tonino Bello


























