Una volta c’era l’estate! Ne ho le prove, credetemi, l’estate una volta esisteva… estati calde allora, più calde ora, quando il sole la mattina filtrava pian piano dalle persiane abbénnéte e la notte, per addormentarti, non dovevi invocare l’aria condizionata. L’estate esisteva perché finivano le scuole, iniziava il periodo della totale spensieratezza, le regole venivano “abolite” e ci si sentiva liberi… L’estate esisteva perché andavamo al mare e per noi, nati in una città di mare, era la cosa più normale del mondo. Quel mare che d’inverno stentavi a riconoscere, quasi lo ignoravi, mentre d’estate improvvisamente si risvegliava da un letargo lontano e prendeva vita… la prìme cale, la colònie, u scùegghie d’Inghiltèrre, u scùegghie de le giùvene, abbàsce a la bùssule, a Franzese.
Ci alzavamo tardi, non c’era bisogno di fare colazione, il rituale era quello di afferrare il primo asciugamano, metterselo sulle spalle e uscire di casa. Poi a piedi, in bicicletta, in motorino, passare a prendere qualcuno, o meglio “qualcuna”, e finire dritti in spiaggia. Si andava al mare perché non sembrava possibile poterci rinunciare, per pranzo tornavi a casa, ma non c’era tempo per la digestione; anzi, a dire il vero, la digestione non era nemmeno contemplata, i ragazzi uscivano nuovamente nel pomeriggio alla condròere per andare a la sala bigliàrde (alla Jolly Sport, a Bindi o Endoneie o còrse Umbèrte…), altri preferivano la pennichella, “u sparròene”, le telenovelas venezuelane, le ragazze leggevano i fotoromanzi… vecchi passatempi che non avremmo mai voluto passassero di moda!
Da piccoli trascorrevamo le giornate per strada a giocare, sudati per le partite di pallone e le gironzolate in bicicletta, sporchi perché ci sedevamo lungo i gradini dei marciapiedi, ogni tanto qualcuno ci bucava il pallone o chiamava i vigili urbani ma noi non mollavamo mai. Eravamo sempre senza una lira in tasca ma pronti al mutuo per le sigarette, nu gelate, nu quartìne, o ne grénite de lemòene.
L’estate, stagione del solleone, era la stagione del trionfo del tamarrismo spinto, la stagione in cui l’essere umano riusciva a superare se stesso in negativo. Re canottìere, i capelli incollati alla nuca, il sudore che scendeva copioso dalle ascelle, le “pescura” ossia quei stramaledetti zoccolacci in legno, gli scherzi idraulici, ovvero u gavettòene, i mangiadischi arancione che sotto l’ombrellone diffondevano i tormentoni estivi! Per le vie, ndèrre, distese di mandorle ad asciugare. Pomodori rossi che sui terrazzi o fòere a la pòrte de le nghiéne venivano scolpiti dai raggi del sole de la chénìchele per poi essere immersi nel dorato olio della nostra terra.
Canicola, così si chiama quel clima rovente ossessionato da un sole perentorio e implacabile che tutt’oggi, nelle nostre estati, sbianca di calura strade, campagne e viuzze campestri; infierisce nelle ore meridiane della giornata, quelle dell’ozio, dall’una de la iòesce a vréspe. Avventurarsi fuori dalla quiete delle ombrose stanze per affrontare le strade del solleone era, anche per noi scatenati birbanti adolescenti, un’impresa ardimentosa. Le famiglie riunite in case, campagne o scantinati ossequiavano il rituale de la salze, ossia della passata di pomodoro fatta in casa (già descritta in un mio articolo su questo giornale) e de le pemedòere tàgghiate. Il rituale della passata di pomodoro serviva da collante sociale; infatti, spesso capitava che si riunivano due o anche più famiglie per preparare la passata e il piacere di ritrovarsi, di trascorrere ore assieme, in una brigata in cui tutti hanno un ruolo ben preciso, non aveva prezzo… diventava una festa!
Una volta c’era l’estate, l’ho detto all’inizio. Ed è vero se mi guardo intorno, se esco e mi sento soffocare e non so dove sto andando per poi finire a cercare rifugio nel centro commerciale (a La Mongolfiera dove, oggi, trovano rifugio i molfettesi nelle torride giornate estive e nelle piovose giornate invernali) a guardare ogni cosa che vorrei comprare e che non compro mai. Così se penso alla vitalità di allora mi vengono i capelli bianchi, anzi li ho persi proprio! Prima c’era talmente tanto tempo che tanto ne avremmo potuto sprecare in quei tre mesi, facendo la spola tra casa, mare, mmézze a la vìlle… era facile sprecarlo il tempo, tanto quanto è difficile farlo oggi, che all’estrosità è subentrata l’indifferenza o, peggio, l’apatìa. Quei tre mesi estivi, smarriti nel tempo, si sono convertiti, ridotti a essere uguali a quelli che li precedono e li seguono, perché oggi quelle estati, di quando esisteva ancora l’estate, non esistono più, scomparse per sempre!
Mi rifiuto, quindi, di chiamare “estate” questa di oggi, pregna di afa insopportabile, di spiagge sovraffollate e di flussi migratori-vacanzieri nel mese di agosto. Un’estate palcoscenico di illimitate vittime del divertimento forzato, di folle di gente, di famiglie in vacanza, di propositi demagogici ai primi di settembre. Mi rifiuto di chiamarla estate se non la riconosco nemmeno nelle lunghe giornate, negli splendidi e galanti tramonti sul nostro porto posticipati dall’ora legale, nei bambini e nei ragazzi che non sono i ragazzi che eravamo.
Oggigiorno, nel tempo sacro vacanziero, nessuno vuole sentire ragioni e come può prenota la villeggiatura dei suoi sogni; finanche in tempo di crisi economica non si rinuncia al viaggio, alla crociera. I giovani preferiscono passare le vacanze lontano da casa prediligendo le mete straniere; per loro il viaggio all’estero rappresenta un punto di arrivo importante, una conquista.
In passato molti giovani trascorrevano le vacanze con i parenti, in famiglia; gli emigranti trascorrevano il mese di agosto, mese per eccellenza vacanziero, nel paese di origine della propria famiglia. Era un tuffo nelle tradizioni, nei ricordi di famiglia, nell’intrigo delle relazioni parentali, si assaporavano i piatti della cucina locale, si apprezzava il folklore locale, si partecipava in gruppo alle briose e sobrie feste. Insomma, era un modo per familiarizzare con quel microcosmo. Durante la festa patronale, magari in attesa dei tanto sospirati fuochi d’artificio, nascevano amori, amicizie, ecc…
Oggi si rincorre il divertimento folle, si va alla ricerca di sensazioni forti e si ricorre sempre più all’alcool, elemento “essenziale” per brindare nelle notti brave. Si vuole stare soli, o con amici spericolati, per godere pienamente i giorni di vacanze a volte tramutati, per i più sfortunati, in vacanze mortali. Si crede di conquistare, in un colpo solo, la libertà e ci si ritrova su una nave da crociera a sorseggiare un drink con intorno solo visi sconosciuti e indifferenti.
Così, un senso di estraneità e di sconforto ci attanaglia il cuore!


























