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“Carissimo Gianni”: quella lettera prima del fucile

Verso il XXXIV anniversario dell'eccidio Carnicella

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Ogni anno, il 7 luglio, Molfetta torna alle stesse parole dell’omelia scritta e pronunciata da don Tonino Bello ai funerali di Gianni Carnicella: “Donaci Signore un cuore di carne”. Parole giustamente scolpite nella memoria cittadina – «non è un mostro, è un nostro» – che meritano di essere rilette ogni volta. Ma c’è un altro testo, meno noto, che merita oggi la stessa attenzione. È una lettera datata 18 febbraio 1992, indirizzata dal vescovo don Tonino al neoeletto sindaco Carnicella. Proprio come è avvenuto qualche settimana fa, quando Mons. Domenico Basile ha formalizzato gli auguri al sindaco eletto Manuel Minervini. Quindi, una cortesia istituzionale che un vescovo riserva a un sindaco appena eletto. E proprio per questo, quando la si rilegge ancora a distanza di tantissimi anni, fa più impressione di quella omelia stessa.
Don Tonino scrive a Carnicella cinque mesi prima che questi cada sotto i colpi di un fucile a canne mozze. Non sa, naturalmente, cosa accadrà. Eppure la lettera è attraversata da un’inquietudine che nessuna cortesia formale giustificherebbe: «Il momento che Molfetta attraversa è tra i più difficili. Sotto la calma apparente covano i fuochi del malessere, e alcuni segnali che ogni tanto escono in superficie sono piuttosto inquietanti». Non è certamente il linguaggio di un augurio di rito, ma è la diagnosi di un pastore che conosce la sua città meglio di chi la amministra.
E poi, quella frase che oggi si legge con un brivido diverso da quello con cui la si leggeva nel 1992: «La città di Molfetta, quando avrai terminato il tuo mandato, possa esserti grata e provare il rammarico che troppo poco è durato il tuo servizio». Un augurio di lunga permanenza che diventerà, appena cinque mesi dopo, un’involontaria profezia. Lo stesso don Tonino, apprendendo la notizia dell’omicidio, non potrà non tornarci sopra: «Sono triste, Signore, nel constatare di aver profetato, senza saperlo, la breve durata della sua carica di primo cittadino».
Perché questa lettera, e non solo l’omelia, merita di tornare al centro della memoria pubblica? Perché l’omelia funebre è il testo della tragedia già compiuta, l’esegesi, per quanto folgorante, di un fatto ormai irreversibile. La lettera del febbraio 1992 è, invece, il testo della tragedia annunciata, la fotografia di una città che il suo vescovo vedeva già scivolare verso il baratro, mesi prima che il baratro si materializzasse in un colpo di lupara sul sagrato di una chiesa.
È, inoltre, il documento che dimostra come il “malessere” di Molfetta non fosse una diagnosi costruita a posteriori per dare un senso all’orrore, ma una lettura lucida, offerta in tempo reale, che nessuno – né la politica, né forse la stessa città – seppe raccogliere.
Rileggere oggi questa lettera, a trentaquattro anni di distanza, è un monito su quanto sia facile, per una comunità, avere sotto gli occhi i segnali di un male e continuare a chiamarlo “calma apparente”. Don Tonino lo vide con cinque mesi d’anticipo. Noi, con trentaquattro anni di ritardo, possiamo almeno smettere di far finta di non averlo letto?

Carissimo Gianni, ho appreso della tua nomina a sindaco della città e sento il dovere di farti pervenire il mio augurio perché tu possa svolgere nel migliore dei modi una delicatissima missione. Il momento che Molfetta attraversa è tra i più difficili. Sotto la calma apparente covano i fuochi del malessere, e alcuni segnali che ogni tanto escono in superficie sono piuttosto inquietanti. Ecco perché si sente il bisogno di una guida audace e prudente, che sappia dare speranza a tutti coloro che credono nella possibilità della pace, della giustizia, del dialogo. Per parte mia non posso fare altro che assecondare con la preghiera gli sforzi di promozione che metterai in atto a vantaggio della nostra comunità. Ma ti asseconderò anche con il contributo del mio incoraggiamento e del sostegno morale tutte le volte che ti vedrò proteso nella crescita di quei valori che danno respiro alle attese degli onesti e dei poveri. Ti assicuro che, se ti addentrerai nei sentieri impervi della solidarietà con gli ultimi e della giustizia verso tutti, mi troverai alleato compagno di viaggio. Tanti auguri anche ai tuoi collaboratori. La città di Molfetta, quando avrai terminato il tuo mandato, possa esserti grata e provare il rammarico che troppo poco è durato il tuo servizio. Il cielo ti conceda di ricompattare amici e avversari attorno a progetti validi, e non ti privi della forza e della saggezza per portarli a compimento. Ti stringo la mano con affetto e stima. Buona fortuna.

 + don Tonino, Vescovo

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