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Cala Sant’Andrea ostaggio dell’inciviltà: quando la bellezza viene calpestata

Nel numero di Luglio 2026

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Cala Sant’Andrea: la spiaggia, gli scogli, l’acqua, il profumo del mare, la luce del mattino, il silenzio della sera. Un luogo urbano privilegiato, che dovrebbe invitare al rispetto, alla cura, alla gratitudine e invece, sempre più spesso, mi trovo ad assistere a uno spettacolo indegno: la trasformazione quotidiana di un angolo di bellezza in uno spazio degradato, sporco, rumoroso, abbandonato all’inciviltà di chi lo usa senza alcun riguardo. Il problema non è la presenza delle persone, non è il fatto che i giovani vengano al mare, si incontrino, ridano, passino del tempo insieme. Il mare è di tutti, la spiaggia è di tutti, e nessuno pretende che un luogo pubblico si trasformi in un luogo di culto. Il problema è un altro, molto più grave: è la totale mancanza di rispetto di una parte di quelli che vi accedono, consumano, sporcano, disturbano e poi se ne vanno, lasciando dietro di loro il segno miserabile della propria maleducazione. Durante il giorno la Cala è invasa da gruppi di ragazzi che sembrano considerare la spiaggia non come un bene comune, ma come una zona franca, un luogo senza regole, senza doveri, senza conseguenze. Arrivano carichi di borse, cibo, bevande, pacchetti di sigarette, bottiglie, lattine, sacchetti, bicchieri, confezioni di plastica, e alla fine della giornata una parte di tutto questo resta lì, abbandonata sulla sabbia o infilata tra gli scogli. Lasciata come se fosse normale, come se ci fosse sempre un “delegato” dell’amministrazione comunale che tempestivamente possa pulire il lerciume che lasciano.
E allora, dove prima c’era una spiaggia, restano cartacce, mozziconi, bottiglie vuote, tappi, resti di cibo, plastica, lattine schiacciate, fazzoletti, sacchetti, bicchieri, e spesso perfino vetri rotti. Non si tratta di piccole dimenticanze, non si tratta di un incidente, è un comportamento ripetuto nel tempo, arrogante, offensivo. È il segno di persone che non hanno interiorizzato la regola elementare della convivenza civile: quando si occupa uno spazio pubblico, lo si lascia almeno come lo si è trovato. Chi sporca una spiaggia non compie un gesto banale, non lascia semplicemente “un rifiuto”, lascia una dichiarazione di disprezzo. Disprezzo per il mare, per la natura, per chi verrà dopo, per i bambini che giocheranno sulla sabbia, per gli animali, per chi quella Cala la vive ogni giorno, per chi si alza la mattina e trova davanti a sé non la bellezza del mare, ma i residui della cafonaggine altrui. E l’inciviltà, quando diventa abitudine, non è più un fastidio occasionale, ma diventa una forma di degrado sociale. È insopportabile vedere persone che si godono il mare per ore e poi lo ripagano lasciando sporcizia. È insopportabile vedere ragazzi che pretendono di usare un luogo bellissimo senza restituirgli nemmeno il minimo rispetto. È insopportabile dover constatare che per alcuni la libertà coincide con il diritto di sporcare, disturbare, occupare, urlare, lasciare tracce del proprio passaggio come se il mondo fosse un grande contenitore al servizio della loro maleducazione.
Tutto questo non va archiviato come vitalità giovanile. Questa non è vitalità giovanile, è cafoneria, è mancanza di educazione, è incapacità di vivere in comunità, è l’atteggiamento di chi prende un bene comune e lo consuma come se non appartenesse a nessuno.
E il degrado non finisce al tramonto. Anzi, spesso la sera assume una forma ancora più pesante, perché alla sporcizia materiale si aggiunge l’inquinamento acustico, lo schiamazzo, il chiasso, la prepotenza sonora di gruppi che occupano la Cala come se fosse un locale all’aperto e un orinatoio a cielo aperto, come se attorno non esistessero case, finestre, famiglie, anziani, lavoratori, persone che hanno diritto al riposo e alla tranquillità.

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