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ADHD: quando l’estro prevale sulla regola

Nel numero di Maggio 2025

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Iperattivi, impulsivi, disattenti… sono solo alcuni degli aggettivi con cui si definiscono i bambini Adhd, i bambini con il disturbo da deficit di attenzione e iperattività, condizione in cui le regole di comportamento sfuggono alla convenzione. L’ADHD, sebbene venga solitamente diagnosticato in età pediatrica, può interessare anche l’età adulta. La diagnosi certa, affidata a personale medico esperto, viene formulata solitamente in età scolare: il limite tra un bambino particolarmente vivace e un ADHD, infatti, è molto sottile nei primissimi anni di vita, solo l’ingresso a scuola, dove è importante osservare delle regole ben precise e dove è richiesta tranquillità e attenzione, rappresenta il contesto ideale perché l’ADHD possa essere diagnosticata come tale. Per fare diagnosi è necessario il riconoscimento di un corteo sintomatologico caratterizzato da atteggiamenti inadeguati rispetto al livello di sviluppo, manifestato in almeno due contesti (famiglia e scuola, ad esempio) e presente da almeno sei mesi. Possiamo definire, a seconda della prevalenza dei sintomi, un quadro di disattenzione, un quadro di iperattività e uno di impulsività.
La disattenzione che si manifesta come difficoltà di ascolto, scarsa concentrazione, facilità ad annoiarsi, perdersi nei dettagli, dimenticare le cose (il diario, l’astuccio), pare sia più tipica delle bambine, mentre l’iperattività, intesa come incapacità di rimanere fermi per necessità di muoversi continuamente, difficoltà a restare seduti per lunghi periodi, marcata loquacità, essere sempre indaffarati e di fretta, è invece prevalente nei maschietti. L’impulsività è la terza variante e ci mostra un bambino che dice e fa cose senza pensare alle conseguenze, ha comportamenti avventati e manifesta difficoltà nel seguire le regole. Caratteristica è l’impazienza, la tendenza a interrompere gli altri durante le conversazioni o l’avere difficoltà ad aspettare il proprio turno. Spesso si riscontra una bassa autostima, che in adolescenza può sfociare nella non accettazione dell’autorità, nella precoce abitudine al fumo e all’uso di bevande alcoliche e al fallimento scolastico.
Naturalmente questa classificazione è puramente descrittiva in quanto esiste una possibilità di quadri misti. Nell’ADHD si realizza uno sviluppo prevalente dell’amigdala e del locus accumbens (aree cerebrali coinvolte nei meccanismi di dipendenza e dell’elaborazione di quelle funzioni legate al piacere), rispetto al lobo frontale (che invece controlla le funzioni più razionali, di tipo esecutivo). Si determina, inoltre, una condizione di alterata produzione di neurotrasmettitori tra cui spicca la dopamina, un neurotrasmettitore importante nella regolazione del tono dell’umore, della motivazione, della memoria e del sistema della ricompensa. Il sistema della dopamina è composto da una complessa rete neurale che comunica proprio grazie a questo neurotrasmettitore, e la via più importante all’interno della rete per la comprensione dell’ADHD, è quella conosciuta come la “via della ricompensa” cerebrale, essenziale per il rinforzo dei comportamenti e per la regolazione delle emozioni.
Abitualmente, quando ci impegniamo in attività piacevoli o essenziali come mangiare, socializzare o raggiungere obiettivi, la dopamina viene rilasciata lungo la via della ricompensa, e questo rilascio ci permette non solo di provare piacere, ma anche di memorizzarlo, rinforzando così tutti quei comportamenti finalizzati al suo raggiungimento. Quando, però, il funzionamento di tale circuito è alterato, a causa di una ridotta produzione di dopamina o di una ridotta densità recettoriale per questo neurotrasmettitore, si assiste a una difficoltà nel regolare la motivazione e il controllo degli impulsi, e di conseguenza a sviluppare una tendenza a cercare stimolazioni costanti o adottare comportamenti impulsivi. Oltre a influenzare il piacere, la dopamina gioca un ruolo chiave nell’apprendimento, nella concentrazione e nel controllo motorio. Essa consente la pianificazione e ci permette di prendere decisioni, pertanto è facile comprendere perché, riducendosi la sua concentrazione, compaiano sintomi quali la difficoltà nel prestare attenzione, nel controllare gli impulsi e l’iperattività. La disfunzione del circuito dopaminergico nell’ADHD, inoltre, spiega anche perché questi bambini si mostrano annoiati, poco interessati e scarsamente motivati. La dopamina, infatti, viene prodotta e liberata quando completiamo un’attività interessante o utile e ci infonde una sensazione di soddisfazione e piacere. Ciò non accade nell’ADHD, dove la minore disponibilità di dopamina non permette che il cervello percepisca molte attività abitualmente gratificanti o coinvolgenti come tali e ciò li rende annoiati, alla continua ricerca di stimoli forti, alla rapida perdita di interesse per compiti ripetitivi o che richiedono un impegno costante e perché sia necessario cambiare continuamente, ricercando stimoli sempre nuovi o situazioni emozionanti come sport estremi, videogiochi stimolanti, comportamenti rischiosi o tendenza all’impulsività nelle decisioni. Anche la mancanza di motivazione è strettamente legata alla ridotta attività della dopamina: infatti questo neurotrasmettitore anticipa la ricompensa, per cui una sua carenza spiega la difficoltà di questi bambini nel percepire il valore di uno sforzo a lungo termine e, pertanto, la tendenza a rimandare o evitare compiti che non offrono un beneficio immediato.
Il trattamento dell’ADHD è affidato a un approccio multidisciplinare che prevede un trattamento farmacologico e uno non farmacologico. Il primo consiste, ovviamente, nella somministrazione di farmaci. Il più impiegato è il metilfenidato (Ritalin) che, inibendo la ricaptazione della dopamina, consente il raggiungimento di più alti livelli di questo neurotrasmettitore, ma a volte si ricorre anche all’uso di anfetamine che all’azione del metilfenidato associano il rilascio di ulteriore dopamina nel cervello. Inutile dire che i farmaci utilizzati, sebbene efficaci nel controllo del sintomo, lavorano solo su di esso e necessitano di una somministrazione prolungata non priva di effetti collaterali (irritabilità, cefalea, insonnia, ansia, inappetenza, nausea…).
Personalmente ritengo che l’ADHD sia una condizione caratterizzata da una diversa percezione e interpretazione del reale. La sua insorgenza, benché sia soprattutto attribuita a cause genetiche, riconosce una genesi multifattoriale che va ricercata nell’ambiente, nelle relazioni familiari e sociali, motivo per cui il trattamento dovrebbe prendere in considerazione tutti questi aspetti ed essere scelto con cura. A seconda dei casi l’Omeopatia potrebbe rappresentare una valida alternativa alla farmacologia abitualmente impiegata o anche essere associata ad essa per magari ridurne i dosaggi.
Diversi sono i rimedi per il trattamento dell’ADHD (Alumina, Argentum nitricum, Baryta, Lachesis, Phosphorus…) che verranno scelti in base alle caratteristiche del quadro clinico, rendendo così tale approccio personalizzato, ma soprattutto privo di effetti collaterali. Accanto al trattamento farmacologico, fondamentale è agire sull’epigenetica: un esercizio fisico regolare, ad esempio, aiuterebbe ad elevare i livelli di dopamina e gestire meglio i sintomi ADHD. Una dieta ricca di alimenti freschi come frutta e verdura, di alimenti non manipolati dall’industria alimentare e privi di conservanti e coloranti che potrebbero aggravare le manifestazioni è caldamente consigliata. Attenzione allo zucchero raffinato, un dolce veleno per questi bambini, che potrà essere sostituito da piccole porzioni di miele o frutta disidratata come l’uvetta o i datteri. Uova, pesce, avocado, infine, ricchi di fenilalanina e tirosina, due aminoacidi precursori della dopamina potrebbero contribuire a un aumento della sintesi di questo neurotrasmettitore. Importante ripristinare il ciclo sonno-veglia che spesso è alterato nell’ADHD, per cui, ad esempio, evitiamo l’uso di device elettronici almeno due ore prima di andare a letto e, se abbiamo il televisore in camera da letto o sveglie elettroniche, eliminiamoli o interrompiamo la loro alimentazione staccando la spina. Utilissima, infine, la psicoterapia e il supporto socio-educativo soprattutto quando l’ADHD si presenta in contesti problematici e a rischio.
L’ADHD meriterebbe, vista la sua multifattorialità, una valutazione attenta e capillare delle varie concause e un trattamento che lavori su di esse, attraverso diversi approcci integrati allo scopo di non limitarsi esclusivamente alla soppressione sintomatologica, ma di permettere un adattamento che, sebbene non conforme agli standard convenzionali, consenta ai soggetti ADHD stesse opportunità nel raggiungimento dei traguardi.

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