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100 numeri dopo… Il dovere di restare liberi

Nel numero di Aprile 2026

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Con il numero di aprile 2026, L’altra Molfetta raggiunge un traguardo che per me ha un valore speciale: 100 numeri pubblicati sotto la mia direzione. Un traguardo che si innesta dentro una storia ben più lunga, perché questa rivista porta con sé 42 anni di vita, di presenza, di testimonianza, di fedeltà alla città. È giusto dirlo subito, con chiarezza. I 100 numeri di cui oggi parliamo non coincidono con l’intera storia della testata, ma rappresentano una stagione precisa della sua esistenza, quella affidata alla mia responsabilità editoriale. Ed è proprio dentro questa stagione che si è consolidato un metodo, una voce, una scelta di campo.
In questi 100 numeri non c’è stata soltanto la regolarità di un lavoro editoriale. C’è stato un impegno coerente a mettere in evidenza uno spaccato storico di Molfetta, a restituire alla città una narrazione non addomesticata, non ornamentale, non servile. Numero dopo numero, copertina dopo copertina, si è composta una sorta di mosaico civile mettendo insieme la bellezza e il degrado, la memoria e l’oblìo, le figure simboliche e i nodi irrisolti, la vitalità culturale e le sue contraddizioni, la fede, la politica, le speranze, i tradimenti, i silenzi. Non una città ideale ma una città vera, non la Molfetta delle cartoline ma quella che vive, soffre, si espone, cade e tenta di rialzarsi.
Per questo considero queste 100 uscite non come una semplice sequenza editoriale, ma come un archivio di coscienza cittadina. In esse si può leggere un tempo, riconoscere una trasformazione, misurare una temperatura morale. L’altra Molfetta, nei suoi 42 anni di cammino e nei 100 numeri della mia direzione, ha cercato di non essere soltanto una rivista da sfogliare, ma una soglia da attraversare. Un luogo in cui la città potesse specchiarsi limpidamente.
Da questi 100 numeri, e dal lavoro di riflessione che li ha accompagnati, nasce oggi il libro “Il decennio Tradito”. Non nasce per caso, né per celebrare un anniversario con un oggetto in più da esibire. Nasce come conseguenza naturale di un percorso. Quando un giornale si assume il compito non solo di raccontare i fatti ma di leggerli nel tempo, di coglierne le connessioni, di registrarne le ferite più profonde, prima o poi sente il bisogno di trasformare la dispersione degli anni in una forma più organica. Il libro risponde a questa esigenza: raccogliere, ordinare, interpretare.
“Il decennio Tradito” è dunque figlio diretto di questi 100 numeri. Ma non è una loro semplice raccolta, non è una rassegna di articoli né una antologia di editoriali. È piuttosto una ricomposizione critica di un tempo vissuto, osservato e scritto. Un decennio in cui Molfetta ha conosciuto illusioni di cambiamento, silenzi istituzionali, fragilità civili, regressioni spirituali, appannamenti morali. Il libro prova a dare un nome a tutto questo. E già nel titolo si dichiara la sua intenzione: non addolcire, non sfumare, non edulcorare. Tradite, infatti, sono state molte promesse. Quelle della politica, spesso incapace di elevarsi oltre l’amministrazione di se stessa. Quelle della comunità ecclesiale, non di rado esitante proprio quando avrebbe dovuto trovare voce profetica. Quelle di una città che, mentre celebrava i suoi riti e le sue ricorrenze, smarriva pezzi consistenti della propria anima civile. Il libro prova a stare dentro questa ferita non per indulgere nel pessimismo, ma per impedire che il silenzio continui a travestirsi da equilibrio e che la rassegnazione continui a spacciarsi per maturità.
La pubblicazione del libro inaugura anche Alter Liber, il marchio della casa editrice associata all’editore de L’altra Molfetta. È un altro passaggio importante perché segna la volontà di estendere il lavoro della rivista in una direzione ulteriore, quella del libro come spazio di approfondimento, sedimentazione, durata. Se la rivista custodisce il ritmo del presente, il libro ne raccoglie la stratificazione. Se il giornale accompagna il tempo, il libro prova a interrogarlo in profondità. Alter Liber nasce esattamente per questo, per dare forma editoriale a contenuti che non vogliono consumarsi nell’attimo ma restare come strumenti di lettura del reale. Dunque, non è una scelta ornamentale ma una decisione coerente con il percorso compiuto fin qui.

Dall’indice del volume emerge con chiarezza la sua architettura, perché c’è una vera e propria mappa del decennio. Il libro si apre sul tema del silenzio, della città e del dovere di parlare. E qui è già racchiusa la sua chiave interpretativa, ossia l’esistenza di stagioni in cui tacere non è prudenza ma complicità. Da questa soglia si snoda una panoramica che attraversa i punti nevralgici del decennio 2016-2025: la crisi della politica locale, le derive del potere, la stanchezza della cittadinanza, le occasioni mancate della Chiesa locale, la regressione del dibattito pubblico, il rapporto incrinato tra istituzioni e bene comune, il degrado urbano e morale, la normalizzazione dell’inaccettabile, la retorica che ha coperto la mancanza di visione. E, accanto a tutto questo, si avverte una domanda di fondo: dove si è spezzato il legame tra la città e la sua coscienza?
È una panoramica severa ma necessaria. Perché il libro non si limita a descrivere episodi, cerca di cogliere il filo che li unisce. Mostra come una città possa consumarsi non solo per i grandi scandali, ma anche per le piccole tolleranze quotidiane; non solo per gli errori di chi governa, ma anche per l’assuefazione di chi osserva; non solo per la debolezza delle istituzioni, ma anche per il venir meno di una vigilanza morale collettiva. Ma vi è anche un’altra cosa, forse la più importante: l’idea che una città possa ancora salvarsi se ritrova il coraggio di chiamare le cose con il loro nome.
Per questo tengo a sottolinearlo, “Il decennio Tradito” non è soltanto la sintesi di un decennio vissuto. È anche un possibile programma di lavoro per chi vorrà governare la città nei prossimi anni. Può diventare, se letto con serietà, uno strumento utile anche per i prossimi candidati sindaci. Non perché offra ricette facili o slogan pronti, ma perché mette a fuoco i nodi reali che attendono risposta. C’è dentro una diagnosi della città. E senza una diagnosi onesta, qualunque programma elettorale rischia di ridursi a propaganda. I prossimi candidati sindaci, se avranno l’umiltà di ascoltare prima di promettere, potranno trovare in queste pagine un’agenda implicita. Come potranno riscontrare anche la necessità di ricostruire il senso del bene comune, di restituire decoro e dignità agli spazi pubblici, di affrontare la legalità non come parola da comizio ma come pratica quotidiana, di rimettere al centro gli ultimi, di liberare la città dalla scenografia permanente e di riconsegnarle una visione. In questo senso il libro non chiude soltanto una stagione, prova ad aprirne una nuova.
Ed è anche per questo che, in un momento così significativo per la vita della rivista, ho deciso di riattivare gli abbonamenti. Non come adempimento burocratico, ma come scelta di sostanza. Una rivista libera vive se incontra lettori disposti non solo a condividerne le idee, ma a sostenerne concretamente l’esistenza. L’altra Molfetta non è sovvenzionata da nessuno, non ha alle spalle apparati di protezione, non gode di un sistema di finanziamento che la renda indifferente alle pressioni. Vive, invece, del proprio lavoro e della fiducia dei suoi lettori.
Ecco perché desidero soffermarmi soprattutto sull’importanza degli abbonamenti da sostenitore. Oggi, più che mai, sono la forma più alta di adesione al progetto della rivista. Non rappresentano soltanto un contributo economico, rappresentano una scelta di libertà. Chi sottoscrive un abbonamento da sostenitore non acquista solo una pubblicazione periodica. Difende l’indipendenza di un giornale, rende possibile una parola non subordinata, aiuta a tenere in piedi uno spazio editoriale che non si piega alla convenienza, al ricatto relazionale, al favore da restituire. Insomma, è un patto tra la rivista e chi la legge, è il contributo di chi ha capito che l’indipendenza non si invoca soltanto a parole ma si costruisce, si custodisce, si finanzia.
Nell’ultimo mese uno sponsor “storico” si è tirato indietro. Lo ha fatto approfittando di quella che – a detta del suo amministratore – è stata definita una “caduta di stile” da parte mia, appellandosi all’idea che “la morte per me è sacra”. Ovviamente per morte il soggetto intendeva l’Arciconfraternita. Un principio che, in sé, nessuno mette in discussione. Ma che in quel caso è parso soprattutto il paravento di un’altra motivazione, ovvero quella di nascondere una forma di protezione verso un candidato sindaco finito al centro dell’attenzione della rivista. Quando accade questo, il problema non è solo economico, è culturale e civico. Perché significa che c’è ancora chi considera l’informazione libera tollerabile finché non tocca gli equilibri che contano. È un copione antico, persino banale, perché si invoca il galateo quando si vuole evitare il coraggio e si difende un principio astratto quando si vuole proteggere un interesse concreto.
Ma il giornale deve restare libero, deve poter scrivere senza chiedere permesso, deve poter esprimere giudizi anche scomodi senza essere sottoposto a una pedagogia del gradimento, deve poter sbagliare – eventualmente – in piena autonomia. Ma non può essere corretto dal potere economico o intimidito dalle suscettibilità politiche. E se questa libertà non viene garantita da sponsor sufficientemente solidi o disinteressati, allora deve essere custodita dai lettori. Per questo gli abbonamenti da sostenitore non sono un dettaglio accessorio, sono la vera infrastruttura morale della rivista. Chi si abbona, soprattutto come sostenitore, non compra solo delle copie. Sostiene un presidio, difende una voce, aiuta a tenere aperto uno spazio di critica, memoria, analisi e libertà in una città che troppo spesso preferisce l’allusione alla chiarezza, l’equilibrismo alla verità, la prudenza alla responsabilità. Oggi, più che mai, l’indipendenza editoriale non è un lusso, è una necessità pubblica. Questo passaggio è decisivo. Perché in una città dove spesso si confonde il rispetto con il silenzio, l’equilibrio con l’omertà elegante, la misura con la rinuncia alla critica, mantenere uno spazio indipendente significa offrire un servizio pubblico. Non un servizio al potere ma alla città, e una città matura dovrebbe sapere che la libertà dell’informazione non si applaude soltanto quando conviene, si sostiene.
I 100 numeri della mia direzione dentro i 42 anni di vita della rivista, il libro “Il decennio Tradito”, la nascita di Alter Liber, la riattivazione degli abbonamenti: tutto questo non compone un rito celebrativo ma un passaggio di responsabilità. È un invito a guardare meglio la città, a leggerla più a fondo, a sostenere le voci indipendenti, a non lasciar cadere nel vuoto il lavoro compiuto fin qui.

E poiché il mese di aprile vedrà definitivamente archiviare l’episcopato di Mons. Cornacchia e il governo di Tommaso Minervini, i tempi di questi “passaggi” impongono anche parole di congedo. Per questa ragione desidero anticipare in questa occasione due testi importanti racchiusi nel libro di prossima uscita (20 aprile 2026), sono due saluti pubblici, non formali, due testi che provano a distinguere il rispetto dovuto alle persone dalla necessità di una valutazione limpida dei ruoli esercitati. Il primo, “Un saluto dal basso”, è rivolto al Vescovo che conclude il suo episcopato. È una parola franca e rispettosa, che riconosce la persona, distingue la critica al silenzio dalla critica all’uomo, e affida alla storia il compito di leggere quella stagione ecclesiale per ciò che è stata.
Il secondo, “Il tempo delle chiavi”, è rivolto al già Sindaco che si avvia alla conclusione storica del suo tempo amministrativo. Anche qui non c’è astio personale, ma una parola civile, netta, che separa l’uomo dal ruolo e affida al congedo una verità semplice: vi è un tempo per governare e un tempo per lasciare, affinché la città possa respirare, rinnovarsi, ricominciare.
Infine, se c’è un filo che unisce questi 100 numeri, questo filo è il convincimento che il silenzio, a un certo punto, non sia più una virtù ma una complicità. E allora continuare a scrivere, continuare a pubblicare, continuare a chiedere sostegno ai lettori significa continuare a credere che Molfetta meriti parole libere, memoria vigile e una coscienza pubblica non addomesticata.
Così sia.

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